Lo sbarco dei migranti bambini: "Né cibo, né acqua per giorni. Quando arrivano fanno fatica"

I sanitari del Meyer a Marina di Massa all’arrivo della Geo Barents: "Hanno paura anche delle visite e dei colloqui come se fosse l’ennesima violenza sui loro corpi".

Lo sbarco dei migranti bambini: "Né cibo, né acqua per giorni. Quando arrivano fanno fatica"

Lo sbarco dei migranti bambini: "Né cibo, né acqua per giorni. Quando arrivano fanno fatica"

"I bambini si rifiutano di mangiare e bere a bordo della nave. Lo fanno per evitare di vomitare, ma a lungo andare il fisico ne risente fino al limite. Per questo, quando arrivano sulla terraferma quasi rifiutano cibo e acqua. I problemi più gravi sono malnutrizione e disidratazione. E’ una storia che si ripete a ogni sbarco".

Sono 249 i migranti arrivati ieri mattina a bordo della Ong Geo Barents al porto di Massa Carrara fra i quali 43 minori, alcuni accompagnati da familiari, altri aggrappati a un sacchetto con all’interno ciò che resta della vita precedente. In fila indiana aspettano il loro turno per entrare nel palazzetto, portando sul petto un pezzo di carta con nome e paese di origine e sul polso un braccialetto assegnato sulla nave: a ogni colore corrisponde a una certa malattia. Camminano lentamente, chi con scarpe, chi con ciabatte, scattando all’ingresso una foto segnaletica per poi passare al padiglione sanitario corrispondente per le visite necessarie.

Simone Pancani, medico coordinatore, ha diretto la Task Force Umanitaria Meyer composta dalla pediatra Francesca Figlioli, allo specializzando in pediatria Teodoro Oliviero e all’infermiere Emiliano Talanti e adesso racconta: "Nel corso dei mesi viviamo situazioni sempre simili. Gli operatori delle Ong segnalano preventivamente le condizioni degli assistiti, poi all’interno della nostra postazione procediamo a inquadrare la situazione con l’aiuto dei mediatori linguistici. Rileviamo i parametri vitali ma innanzitutto cerchiamo le lesioni sul corpo... ci sono sempre dopo traversate così lunghe e difficili".

Nell’hub, di prima mattina ci sono decine di bambini e bambine, ragazzi e ragazze provenienti da Siria, Yemen, Egitto, ma anche Sudan, Eritrea, Bangladesh, Etiopia e Somalia. I più piccoli si divincolano senza sosta, attratti dai colori fluorescenti degli operatori sanitari in divisa, ridono alle attenzioni del personale, come trasportati nel mondo che hanno sempre sognato. "Sono molto tranquilli – racconta l’infermiere Talanti –, nonostante tutto quello che hanno passato si lasciano visitare senza problemi, non hanno paura ma la presenza dei genitori è fondamentale. Spesso arrivano soli, complicando un po’ il percorso assistenziale".

Accanto ai più piccoli ci sono gli adolescenti, alcuni dei quali con tute sportive identiche quasi fossero giovani calciatori pronti a scendere in campo. "Molti di questi ragazzi e ragazze sono stati salvati in mare dopo il naufragio della loro imbarcazione": fa notare Giulia Livi, ostetrica fiorentina in forza all’ospedale delle Apuane e presente nel padiglione ostetrico-ginecologico che si trova proprio accanto a quello pediatrico. "Sono rimasti in acqua per molte ore, il cambio dei vestiti una volta saliti sulla Geo Barents è stata la loro salvezza sennò sarebbero andati in ipotermia". I loro sguardi sono vuoti, inespressivi. Rispetto ai più piccoli restano immobili e pur consapevoli di essere ormai al sicuro non hanno nemmeno le energie per immaginarsi la vita che verrà. Sono visibilmente denutriti, i volti scavati e gli occhi incavati: "La parte difficile è fargli capire che adesso, lasciata la nave e la traversata, devono riprendere ad alimentarsi e a bere dopo ore e giorni di digiuno - continua Livi -, fanno fatica a mordere un cracker, allora per convincerli lo facciamo prima noi".

È un percorso di avvicinamento umano che si scontra con i limiti di tempo che gli operatori hanno a disposizione per completare le valutazioni cliniche. Alcuni dei ragazzi e ragazze rifiutano di essere visitati come fosse l’ennesima violazione del proprio corpo, già ridotta in brandelli.

Il dialogo con i sanitari è il momento più difficile: non solo per farsi raccontare la storia drammatica del viaggio e della vita nel Paese di origine ma anche per quanto riguarda il futuro imminente. Per questo è indispensabile il coordinamento con l’associazione Satis, il sistema antitratta toscana per interventi sociali.

"L’identificazione precoce permette di porre l’attenzione su soggetti sensibili – spiega la responsabile Serena Mordini –, lo scopo è togliere questi ragazzi dalle mani di possibili sfruttatori indirizzandoli verso strutture a indirizzo segreto, affidandoli ai servizi sociali per garantire un adeguato processo di integrazione mediante corsi di lingua e servizi di inserimento sociale".

Il tempo del dialogo diviene così tempo di cura, l’investimento migliore per generazioni afflitte e piegate, ma non ancora spezzate.

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