I giovani? Soli, egoisti e distruttivi: "Non separano la vita dai videogame"

Il sociologo Vincenzo Scalia: "C’è l’idea che ormai siamo vicini al precipizio e non abbiamo niente da perdere"

"Una volta il Capodanno coinvolgeva un intero rione e ognuno aveva la propria parte da svolgere; così, l’eccentricità si inglobava in una rappresentazione condivisa. Ora, invece, l’eccentricità trova sfogo in forme solitarie e distruttive".

Con Vincenzo Scalia, sociologo dell’Università di Firenze, cerchiamo di indagare il preoccupante fenomeno degli eccessi di Capodanno. Tra botti nel gattile, petardi contro un tabernacolo e cassonetti esplosi per noia, è evidente che ormai si sia andati ben oltre quei comportamenti un po’ sopra le righe che hanno sempre fatto da sfondo alla notte più lunga dell’anno. "Certe festività da sempre si inquadrano in riti di passaggio, che avvengono in un tempo sospeso, durante il quale c’è la tendenza a comportarsi in maniera diversa rispetto alle abituali regole", osserva il sociologo.

Uno sfogo collettivo che viene dal passato ma che adesso assume contorni inquietanti.

"Sì. Questa sorta di sfogo collettivo c’è sempre stato. Freud parlava del ‘disagio della socializzazione’. E noi tra Covid, guerre, preoccupazioni di ogni tipo e il deteriorarsi delle condizioni di vita quotidiane vediamo chiaramente di fronte a noi questo disagio, che cresce sempre più. Ma un tempo c’era maggiore condivisione e anche il momento di sfogo veniva attenuato dal vivere in collettività. Adesso siamo invece nell’epoca dello sfrenato individualismo. Si è perso il senso dello stare insieme ed ognuno si sente autorizzato ad esprimersi nella maniera che gli pare più consona".

Ma lanciare petardi contro gli animali… C’è solo crudeltà, non divertimento.

"Succede anche questo. Qualcuno se la rifà coi più deboli, con chi non è in grado di difendersi. Come ci sono i bulli che prendono di mira il disabile, così c’è qualcuno che arriva a sparare petardi contro un gattile. C’è l’idea che ormai siamo vicini al precipizio e che non abbiamo niente da perdere. Stiamo proprio toccando il fondo. Si è persa la capacità di divertirsi in modo sano, di star bene insieme. Alimentiamo una frustrazione che poi esplode nelle maniere più deleterie. E stupide".

Possiamo dire che a Capodanno la rabbia fuoriesca dai social per riversarsi con sempre più veemenza nella realtà?

"In un certo senso possiamo dirlo. Sul veleno che scorre nel web sono stati scritti fiumi di inchiostro. I leoni da tastiera si sentono protetti dallo schermo e danno sfogo alla loro cattiveria. Va anche detto che non siamo più in grado di esprimere un divertimento calibrato sulla nostra età reale. Giochiamo a fare gli eterni adolescenti e non riusciamo ad uscire da questa specie di incubo. Incapaci di accettare il tempo che passa, viviamo prigionieri di questo eterno presente. Lo sballo del sabato sera è ormai diventato la normalità. Pertanto, figuriamoci il 31 dicembre…".

È tutto portato all’eccesso.

"Come se la nostra vita fosse un videogioco, con la differenza che nella realtà non si riparte mai daccapo. E non si cancella niente. La quotidianità, che offre ben poche luci, spinge ad uscire da se stessi una volta a settimana e durante le feste comandate. Ecco che il fine settimana i più insospettabili si lasciano coinvolgere in scambi di coppia. E poi droga, alcol. Si esce da noi stessi per poi tornare tristemente alla routine, in una spirale di insoddisfazione e delusione che, appunto, porta poi agli eccessi che vediamo". Come uscire da questo tunnel?

"Ripartendo dal vicinato, dai centri di aggregazione. Bisogna ricominciare investendo nella socialità, ricreando spazi pubblici in cui le persone possano ritrovarsi. Ma la politica non sembra sentirci da questo orecchio. Così, continuiamo a vivere in una solitudine che non può che portare cattive conseguenze".

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