Un'aula di tribunale (Foto d'archivio)
Un'aula di tribunale (Foto d'archivio)

Firenze, 22 novembre 2018 -  Volevano un figlio e si sono ritrovati a processo per falso. E’ un incubo la storia di una coppia di Lastra a Signa, un incubo da cui si sono svegliati ieri dopo l’assoluzione pronunciata dai giudici del tribunale di Prato. A farli finire in questa incredibile odissea era stato un certificato, risultato poi falso, che attestava lo stato di gravidanza. Gravidanza a cui la coppia sarebbe giunta dopo aver tentato l’inseminazione artificiale con il professor Severino Antinori.

Tutto ha inizio nel 2013: marito e moglie, 46 anni lui, 40 lei, si rivolgono al noto ginecologo perché non riescono ad avere figli. Nel luglio 2014, due referti medici - uno emesso il 22, l’altro il 24 - stabiliscono che la signora è incinta. Con quei certificati corrono a Roma e il luminare Antinori conferma trattarsi di una gravidanza extrauterina.

Nei giorni successivi però, la donna ha delle perdite di sangue e forti dolori addominali. Va al pronto soccorso dell’ospedale di Prato e lì arriva la doccia fredda: la signora non è incinta e quei documenti che invece attestavano la gravidanza sono risultati falsi.

La Asl ha segnalato la cosa alla procura e la coppia – che, incredula, si era anche recata a Torregalli per dei nuovi esami, che confermarono però la non gravidanza – si è ritrovata accusata di falso.

Ma ieri, il giudice Franco Borselli ha assolto la coppia, difesa dall’avvocato Federico Bagattini, «perché il fatto non sussiste». La coppia, scrive il giudice nelle motivazioni contestuali, «non ha mai utilizzato quei documenti in modo strumentale per avanzare pretese nei confronti della Asl essendosi limitati a protestare che gli stessi erano giusti e che ad essere errati erano quelli successivi. Mal si comprende allora come mai, se i due imputati avessero avuto consapevolezza di quella falsità, si sarebbero esibiti i referti, così espondosi ad una possibile denuncia, né a quale scopo agire in tal modo». Per il percorso di inseminazione, come è risultato dagli atti acquisiti nelle perquisizioni, avevano infatti sborsato cifre consistenti: «certo qualcuno – conclude il giudice - quei referti aveva contraffatto così da far credere ai due imputati che la gravidanza era in corso e che l’inseminazione era riuscita ma le indagini non hanno sviluppato questo filone». Resta il fatto, come evidanziato dalla sentenza, che l’uso di quel falso non ha portato alla coppia alcuna utilità. Tantomeno il tanto desiderato figlio.

stefano brogioni