Firenze, 13 agosto 2020 - Una manciata di secondi ancora e la vita di Gabriele, germoglio d’uomo di 8 anni appena, sarebbe finita sul fondo celeste di una piscina di campagna, baciata dagli ultimi ruggiti di un sole d’agosto. Ma il destino così come disegna traiettorie feroci sa anche regalare curve d’amore e lunedì pomeriggio – in un campeggio di Bivigliano, frazione montana del Comune di Vaglia, nel Fiorentino – ha sterzato all’improvviso, tirato per la giacca da Giulio, Martina, Sara e Debora – la più grande ha 12 anni, la più piccola la metà – che hanno fatto una cosa piccola e gigantesca, hanno bruciato sul tempo quella manciata di secondi e salvato la vita a Gabriele sollevandolo dal fondo della piscina e appoggiandolo sul bordo quando già aveva le labbra blu.

«Sei un’eroina» diciamo a Sara, 6 anni, e lei strizza gli occhi dolci e sussurra “grazie“, appollaiata sul divano di una moderna villetta a schiera alle Caselline, vivace pugnetto di case adagiato sulla prima montagna fiorentina. Ha fatto qualcosa di incredibile. Come lo hanno fatto Giulio, 10 anni, la sua coetanea Debora e Martina, la grande del gruppo. 

Sono le sette del pomeriggio di domenica quando Sara, in piscina con i tre amichetti, vede un bimbo in fondo alla vasca, immobile. È in una posizione strana e la piccola intuisce subito che qualcosa non va. Chiama Giulio che corre a bordo. «Pensavo che quel bambino stesse giocando, che contasse quanti secondi era in grado di restare sott’acqua». Ma Giulio ha una testa fresca e limpida, figlia degli anni verdi, e un istante dopo capisce che quel bambino – che poco prima aveva battuto la testa, perso i sensi ed era scivolato lentamente sul fondo della vasca per i grandi – è in pericolo. I bambini si tuffano, toccano Gabriele. Gabriele non si muove. «Tiriamolo su, tiriamolo su». 

Lo scricciolo Sara, in una piscina troppo profonda per lei trova il coraggio dei grandi e inizia a spingere il bambino da dietro, mentre Debora e Martina lo afferrano per le braccia. Per lo sforzo finale, quello più tosto, ci sono i muscoletti di Giulio che issa il bambino sul bordo della vasca. «Hanno fatto tutto loro, perché in un attimo hanno capito che cercare l’aiuto di un adulto avrebbe fatto perdere troppo tempo» dice Francesco, medico, che guarda fiero suo figlio Giulio stupito, come le amichette, di trovarsi davanti un flash e un taccuino. Tempo preziosissimo. Intuizione lampo, matura, decisiva. 
Giulio, con l’aiuto delle amichette, appoggia il bimbo su un fianco. Ha gli occhi rovesciati all’indietro, il viso gonfio, blu. Le bambine iniziano a piangere, l’immagine è fortissima. «Stava per morire», dice ancora il babbo di Giulio. Gli adulti corrono verso il piccolo che non dà cenni di vita, una donna ospite del campeggio prova a fare il massaggio cardiaco, un uomo poi capisce che non c’è un secondo da perdere e inizia a fare a Gabriele la respirazione bocca a bocca. Ma il bimbo non reagisce, si teme il peggio tanto che la sua mamma – che urla disperata – viene tenuta lontana.
«A un certo punto tutti erano certi che il bambino non avrebbe più aperto gli occhi e nel dramma del momento hanno cercato di proteggere quella donna». Ma il destino prende un’altra curva, l’ultima di questo pomeriggio di mezza estate. Il bimbo viene rovesciato su un fianco e l’acqua sgorga via dai suoi polmoni. Tossisce, apre gli occhi, dice qualche parola con un filo di voce. I cuori si gonfiano. «Ce l’ha fatta». Brividi sulla pelle. Arriva il 118 e Gabriele viene accompagnato al Meyer, ma ormai è fuori pericolo. 

«Lo sapete che siete dei piccoli eroi?», chiediamo ancora ai quattro bambini. E la loro timidezza, gli occhi abbassati e le voci esili e gentili ci danno una lezione gigantesca. Di umiltà, di bellezza, di pulizia dell’anima immune alle scorie di una società frenetica e arrogante dalla quale Giulio, Sara, Debora e Martina sembrano lontani anni luce, quasi avessero nel cuore una grandezza antica.

I genitori hanno gli occhi gonfi d’orgoglio. Dice ancora Francesco: «Sono contento perché quello che voglio trasmettere a mio figlio – in tempi in cui si parla, si parla, si parla e basta – che tante volte è importante anche farle le cose». 
Ci proviamo per l’ultima volta, quasi increduli. «Giulio, sei un eroe lo sai?». E lui ci stende: «Lo abbiamo fatto tutti insieme». Intanto mentre i bambini tornano a saltare e a ridere su un tappetone elastico, tra succhi di frutta, patatine e cellulari miracolosamente spenti, il sole si ammorbidisce sulle colline di Firenze e anche l’aria si fa più sottile, quasi a voler strizzare l’occhio a questa storia piccola e grandiosa. Le nuvole danno al cielo un paio di pennellate fantastiche, non va tutto male in questo mondo.