ANDREA MUCCI
Cronaca

Per gli avvocati di strada anche a Firenze "Non esistono cause perse"

Parla Silvio Toccafondi, coordinatore fiorentino dell’associazione che assiste da anni in tutta Italia le persone che vivono per strada

Silvio Toccafondi, coordinatore fiorentino dell'associazione 'Avvocato di Strada ODV'

Silvio Toccafondi, coordinatore fiorentino dell'associazione 'Avvocato di Strada ODV'

Firenze, 25 novembre 2022 ‘Avvocato di Strada ODV è attiva da anni a titolo gratuito al fianco delle persone senza fissa dimora per sostenerle dal punto di vista legale e sensibilizzare sui temi della legalità per tutti i cittadini, del riconoscimento dei diritti e della condivisione di buone prassi. Per conoscerla e scoprirne la storia, la mission e le attività, abbiamo sentito l’avvocato Silvio Toccafondi, coordinatore dello sportello di Firenze di questa organizzazione di volontariato.

Com’è nata l’associazione ‘Avvocato di Strada ODV’ e quali sono i suoi obiettivi?

“L’associazione è nata a metà degli anni Ottanta a Bologna dall’iniziativa del collega Antonio Mumolo, quando, un po’ più giovane di adesso - ha appena compiuto sessant’anni - era ancora un aspirante avvocato a Bologna e si rese conto dell’importanza della residenza per evitare la creazione di sacche di emarginazione o anche come primo step – recuperandola - per uscire dall’emarginazione, fondò così l’associazione ‘Avvocato di Strada’ a Bologna”.

E da qui…?

“Poi, col passare del tempo e con l’impegno di Antonio e di altri volontari, progressivamente l’associazione si è allargata, prima in Emilia e poi su tutto il territorio nazionale. Ormai ci sono sedi da Bolzano - che credo stia per aprire in questi giorni - fino alla punta dello stivale. La sede fiorentina è stata aperta a giugno del 2013, siamo alle Piagge, ospiti di Don Santoro che ci ha accolto, ci ha dato la possibilità di avere una struttura per ricevere le persone e anche la possibilità di conoscere quello che fanno loro da vicino che è – devo dire – incredibile.” L’avvocato spiega poi che Don Santoro “si fa veramente in quattro per aiutare la sua comunità”. “Noi” – continua Silvio Toccafondi - “siamo lì dal giugno 2013, ogni giovedì pomeriggio.” L’unico stop significativo c’è stato durante il lock-down per Covid-19 perché non era possibile ricevere in sicurezza, ma anche allora è stata mantenuta attiva la mail, i contatti da remoto, su Facebook, con WhatsApp, col telefono per non interrompere l’attività.

E ad oggi?

“Tuttora il giovedì pomeriggio dalle cinque e mezzo siamo a disposizione di chi ha bisogno. Siamo un gruppo di colleghi: diversi sia per specializzazioni che per anzianità, ci sono anche giovani studenti che ci danno un grande aiuto.”

Oltre mille volontari in Italia attraverso ben cinquantasette sportelli, fra cui quello di Firenze nella comunità delle Piagge di Don Alessandro Santoro. Non solo passione, ma anche…?

“Eh, - prosegue sorridendo – anche tanto impegno, tanto, tanto impegno perché rispetto al lavoro che siamo abituati a fare all’interno di uno studio legale organizzato per un certo tipo di clientela che ha la possibilità di incaricare un professionista per curare i propri interessi, qua tutta l’attività è pro-bono: ad esempio, di recente abbiamo vinto una causa contro il Comune di Firenze per un’annosa vicenda legata alla residenza e le spese divise in questi casi vengono devolute all’associazione. Questo ci consente – anche facendo rete fra i vari sportelli che sono molti e diffusi su tutto il territorio nazionale - di prendere delle iniziative legali che in uno studio legale non si prenderebbero, perché non sarebbero economicamente sostenibili.” E continua: “Grazie alla rete collaboriamo su tutto il territorio per lo svolgimento delle pratiche.”

Questo cosa significa?

“Fare rete sul territorio è un fattore essenziale per svolgere al meglio la nostra attività. Secondo me – continua il legale – la specializzazione sulla residenza, che è fondamentale, e la rete che si è nel corso degli anni creata su tutto il territorio ci danno una marcia o due in più e quindi offriamo un servizio credo importante a tante persone che non avrebbero altrimenti modo di rientrare nel circuito ufficiale, recuperando la propria residenza anagrafica e potendo così accedere ai servizi del welfare - che richiedono che il cittadino abbia residenza anagrafica - per esempio per andare al SerT, per il reddito di cittadinanza, per la disoccupazione, per la pensione, per rinnovare la patente, per accedere al bando per gli alloggi popolari, per votare… Quindi perdere la residenza e poi non riuscire a recuperarla vuol dire essere banditi dalla società civile, perché si viene spinti in un’area dove non si è tutelati in alcun modo.”

Quale popolazione si rivolge a voi e come questa si è modificata nel tempo?

“Nel 2013 allo sportello di Firenze avevamo il settanta per cento di utenza straniera, specialmente extracomunitari. Da allora ad oggi l’utenza italiana è cresciuta e ormai supera la metà dei residenti e questo va collegato a un progressivo impoverimento di alcune fasce che da essere in grado di condurre una vita dignitosa si sono trovate sempre più in difficoltà, sempre più povere e quindi non abituate a vivere una condizione di povertà prima sconosciuta. Ad esempio il pensionato o il separato che esce di casa, perde il lavoro, finisce purtroppo spesso in una situazione da cui è molto difficile uscire. Questo tipo di situazioni si sono presentate con sempre maggiore frequenza.”

Il motto dell’associazione è: ‘Non esistono cause perse’. Fra quelle affrontate nella nostra città vuole ricordarne una particolarmente significativa?

“Molto volentieri. Le segnalo l’ultima che si è conclusa pochi mesi fa in Corte d’Appello a Firenze, molto importante per noi come associazione. La vicenda è stata veramente lunga”. In sintesi: “Nel 2015 si presenta da noi un nucleo di tre persone – i due genitori con una bambina che all’epoca aveva tre o quattro anni. Avevano perso il lavoro entrambi e poi sfrattati erano andati a vivere insieme ad altre persone in uno stabile occupato abusivamente, avevano quindi perso la residenza e la bambina non poteva accedere ai servizi pediatrici. La madre – che soffriva di una malattia neurologica - non aveva più il medico di famiglia. Nel 2014 è stata introdotta una norma - all’interno del ‘Piano Casa’ del ministro Lupi - con divieto di concedere la residenza – anche fittizia - a chi abita in immobili occupati.”

Ossia?

“Per noi un tema molto importante tuttora. Abbiamo quindi fatto una richiesta d’urgenza al Tribunale di Firenze – sollevando anche la questione di legittimità costituzionale - e il Tribunale in via cautelare ha concesso tutela, ci ha dato ragione e ha ordinato al Comune di iscrivere nelle liste anagrafiche tutto il nucleo familiare: nel giro di cinque, sei mesi questo aveva recuperato la residenza. Poi, però, siccome anche per il Comune la questione era evidentemente significativa lo stesso ha impugnato il provvedimento cautelare, c’è stato un giudizio di primo grado, il giudice non ha mandato la causa in Corte Costituzionale e ha dato ragione al Comune".

E allora?

“A quel punto abbiamo fatto appello noi, e dopo un bel po’ - perché le cause civili purtroppo sono molto lunghe - abbiamo vinto quest’anno in Corte d’Appello, ormai la sentenza è definitiva, il Comune non ha ricorso in Cassazione e quindi abbiamo finalmente chiuso questa partita.” E l’avvocato Toccafondi conclude: “per noi è stata una vicenda molto importante anche a livello di giurisprudenza, su un punto come questo che è di estrema importanza.” La sentenza è inserita online, sul sito dell’associazione nazionale a disposizione di tutti i colleghi che hanno problemi analoghi. Il legale ci tiene a precisare che il nucleo familiare di cui si tratta è stato in grado, mediante la residenza, di avere un alloggio popolare e commenta: “impedire la residenza a chi sta in un immobile occupato rischia di alimentare il problema, anziché di risolverlo.”

Uno dei problemi dunque che vi trovate ad affrontare più frequentemente è quello legato alla residenza anagrafica. Vediamone i riflessi.

“Faccio una piccola premessa: la funzione anagrafica è una funzione statale, cioè dipende dal Ministero degli Interni che la delega ai Comuni, in particolare al sindaco che materialmente svolge l’attività attraverso i suoi funzionari.” E aggiunge: “Per andare incontro ai cittadini, il Comune è diffuso sul territorio e quindi ovviamente è meglio per tutti andare in Comune, anziché in Prefettura (ce n’è una a provincia).”

Quindi?

“Ogni Comune è soggetto alla legge anagrafica che è nazionale.” E l’avvocato spiega che questa consente di far avere la residenza alle persone senza fissa dimora.

Perché questo?

“Si vuole evitare che i cittadini vengano abbandonati a se stessi da un lato e dall’altro anche sapere dove stanno e cosa fanno. I problemi nascono quando le persone senza fissa dimora che spesso hanno difficoltà economiche, sanitarie, di integrazione sociale, di ogni genere - e questi rappresentano un costo a carico del Welfare che spesso dipende dai Comuni stessi - si presentano per chiedere la residenza. Si è creata tutta una prassi che mescola la richiesta di residenza in particolare per chi è senza fissa dimora con problematiche di bilancio per i Servizi Sociali. Questi hanno un trend discendente ormai storico, si taglia, si taglia, si taglia, si taglia e quindi la persona non abbiente, senza residenza che si presenta a chiederla è un potenziale costo per i Servizi Sociali perché nel momento in cui la prende avrà diritto a chiedere tutta una serie di tutele che il sistema del Welfare consente”: ad esempio il diritto a un assistente sociale, a partecipare a un bando per l’alloggio popolare, ecc. Si capisce così che nella pratica e “a fronte di un bilancio sempre più magro e di richieste sempre più pressanti si crea una tensione tra la richiesta di residenza, che porta poi una richiesta di tutela a livello di Welfare e la rigidità, la poca disponibilità di risorse, scarse, da parte dei Comuni. Quindi, purtroppo si è innescato un meccanismo per cui chi a Firenze vuole chiedere la residenza come senza fissa dimora dovrà affrontare - c’è un regolamento - tutta una serie di verifiche che spesso durano mesi per dimostrare che effettivamente dimora sul territorio fiorentino". Per Toccafondi, coordinatore dello Sportello di Firenze di ‘Avvocato di Strada ODV’, basterebbe poco per portare a termine i controlli, perché qualora ad esempio la persona richiedente si recasse quotidianamente alla Caritas ad esempio di via Baracca da molto tempo tutti i giorni - e questo la Caritas lo censisce - questo potrebbe essere prontamente verificato e costituire un criterio risolutivo, “invece la cosa va per le lunghe a Firenze”.

Silvio Toccafondi precisa che in città quando la residenza fittizia viene concessa, “la carta d’identità indicherà via del Leone, 35 accanto all’albergo popolare presso l’associazione ‘La Fenice’”. Le persone interessate hanno l’onere di recarsi periodicamente lì, farsi vivi, perché la residenza abbia in concreto una corrispondenza e sia quindi effettiva. “Il problema è arrivarci in via del Leone, 35, perchè gli individui che vivono in stato di emarginazione normalmente hanno più difficoltà a rapportarsi con gli uffici, con la burocrazia, con i servizi sociali”. Il legale spiega che il nucleo familiare di cui prima ci ha raccontato la storia “aveva difficoltà a rapportarsi con i servizi sociali perché avevano paura che si attivasse la procedura per l’affido della bambina piccola, vivendo in condizioni di estremo disagio e non avendo assistenza medica, pur avendone bisogno”.

Tanti gli incontri organizzati per la sensibilizzazione al riconoscimento dei diritti e della legalità per tutti. Ci sono progetti in ponte nella nostra città? E se sì, quali?

“Abbiamo dato la nostra disponibilità all’Ufficio Esecuzione Penale Esterna che si occupa di misure alternative e di messa alla prova per persone che hanno pendenze giudiziarie per accogliere una persona per volta - per il periodo di tempo che ci indicherà il Tribunale - per svolgere servizi di pubblica utilità, volontariato, all’interno della nostra associazione.”

E ancora?

“Abbiamo poi rapporti con ‘Fuori Binario’ che si occupa da sempre di persone senza fissa dimora e ormai è un pilastro. Anche altre associazioni a volte ci chiamano, a volte gli stessi assistenti sociali ci chiedono una consulenza informale per casi che hanno e questo è molto apprezzato da parte nostra.”

Perché?

“Nel 2013 eravamo gli unici in Toscana e quindi dovevamo fare un’attività che andava al di là del territorio fiorentino.”

Ed ora?

“Adesso, fortunatamente, ci sono Lucca, Siena e Pistoia: quindi ci siamo un po’ diffusi e siamo certamente aperti a chiunque. Ora, per esempio, questa convenzione per la messa alla prova dovrebbe avvicinarci ancora di più ai servizi sociali e avere poi un’interlocuzione positiva con loro sarebbe fondamentale perché se riuscissimo – come esistono in altri Comuni – a fare dei protocolli tra noi e i servizi per chiarire come arrivare alla residenza senza dover fare una specie di gioco dell’oca frustrante, umiliante, complicato e che crea più problemi, alla fine, di quanti ne risolva, faremmo un enorme passo avanti. Firenze d’altra parte, essendo il capoluogo, è un po’ il centro di gravità di tante problematiche rispetto a comuni della cintura o anche fuori che hanno numeri molto diversi da quelli della città”. Il legale Toccafondi ci spiega che vivere per la strada significa essere aggrediti, derubati, sempre a rischio e “spesso le persone che vengono da noi sono persone vittime di reati, che sovente nemmeno denunciano perchè a loro volta hanno comunque difficoltà ad avvicinarsi da soli all’istituzione: sono diffidenti, impauriti e questo poi crea un ulteriore livello di emarginazione alla fine”.

Cause sia civili che penali?

“Ci sono anche cause penali, ma dove – quasi sempre – li tuteliamo come vittime di reati.”

Che tipo di problematiche vi trovate più spesso ad affrontare?

“Normalmente allo sportello arrivano questioni di tipo civilistico: persone che perdono il reddito di cittadinanza, come fare ad avere un medico, hanno subito un infortunio e non hanno la più pallida idea di cosa sia successo da allora, va fatto un aggravamento di un’invalidità civile, ma non hanno la residenza e già non riscuotono più la pensione di invalidità. Quindi, spesso sono questioni non penali. Ci sono anche questioni penali, indubbiamente, ma – ripeto – spesso sono loro che dovrebbero denunciare delle situazioni in cui si sono trovati come vittime e hanno bisogno di essere assistiti dal punto di vista della vittima del reato, non dell’autore del reato.”

‘Tutto ciò che non viene donato va perduto’ (Madre Teresa di Calcutta). Che cosa manca ancora alla nostra società per apprezzare l’apertura all’altro, alla persona in difficoltà e soprattutto il valore del dono, dell’aiuto?

“Fare volontariato credo personalmente che sia un modo per restituire qualcosa di mio, delle mie capacità professionali, metterle al servizio gratuitamente. E’ un modo per restituire tutti gli anni di istruzione che ho avuto e metterli a disposizione di chi ne può aver bisogno e non ha magari i mezzi per permettersi un legale”. Per l’avvocato Toccafondi sarebbe importante che anche a livello di istituzioni ci fosse una visione diversa dell’emarginazione, perché l’inclusione è un fattore oggi sottovalutato. La persona è vista come un potenziale costo. “Se usciamo da questa logica di costi – dice - faremo un salto avanti enorme e per farlo dobbiamo avere la capacità di accogliere le persone in difficoltà, non nasconderle sotto il tappeto. Più di metà dei nostri utenti sono persone che magari fino a cinquanta, sessant’anni, non avevano problemi particolari, non sapevano cos’era un assistente sociale: dovremmo andarli a cercare, ma sul serio, invece è questo che ci manca: la volontà di andargli incontro, di aiutarli, di tendere una mano.”

E’ sempre importante porre la persona al centro, soprattutto quando si parla di diritti, di temi sociali, di riconoscimento di certe problematiche.

“La nostra costituzione dice questo: se ci crediamo, se facciamo parte di questa comunità, le regole quelle sono. Non c’è scritto che le persone sono dei costi, c’è scritto qualcosa di molto diverso. Quindi la necessità di accogliere gli altri è un dovere, non è un optional, un lusso, è un dovere”. 

 

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