Alessio Gramolati
Alessio Gramolati

Firenze, 4 maggio 2020 – Alessio Gramolati, segretario regionale dei pensionati Cgil, rilegge i due mesi di stop imposti dal nuovo virus e prova a tracciare la strada per costruire un nuovo modello di assistenza agli anziani e di società.

Gramolati, due mesi da incubo.
«Sono 60 giorni che viviamo in una condizione di cui non conoscevamo nulla. Ci è piombata addosso e non abbiamo nemmeno avuto il tempo di sottovalutare il pericolo. La pandemia è entrata nelle nostre vite senza annunci e le ha travolte. Ogni giorno è diventato più lungo. Di una lunghezza che non conoscevamo>.
Tanti morti, soprattutto tra gli anziani.
«In molti ci hanno lasciato. E spesso nella più disumana solitudine. Cosa abbiamo capito, come si è reagito? Come pensiamo di continuare questo cammino? Sono tutte domande difficili, attendono risposte che decidono del nostro futuro, delle relazioni umane. Sarà bene mantenere la calma. Ragionare insieme. Provare a proporre, non erigere steccati, non avanzare pretese. E’ bene ricordare, capire, unire e procedere con in testa la mano dei vicini».
Il governo, le Regioni, gli enti locali: un giudizio sulle misure prese.
«Abbiamo reagito bene? Vorrei dire di sì. Abbiamo affrontato le prassi che la pandemia imponeva con risolutezza. In Toscana mi pare di poter dire che le Istituzioni c’erano : Comuni e Regione, il volontariato, i sindacati, noi dello Spi, la chiesa – e si sono messe al lavoro. Con responsabilità. Ecco questo è il valore aggiunto di tutte, e di tutti. Avranno sbagliato qualcosa? Non saprei giudicare, lo faremo, ma non per accanirsi sui capri espiatori di comodo ma per capire come vada governato non solo l’interesse quanto piuttosto il destino della vita sociale. So solo che se siamo alla fase due significa che la fase 1 l’abbiamo superata. Le responsabilità che la Toscana si è presa hanno pagato. Quella fase era dura ma semplice, perché basata su isolamento e distanziamento, ora con il graduale superamento dell’isolamento sarà’ meno dura ma più complessa>.
Che cosa abbiamo capito?
«Anche qui sarà bene confrontarsi senza reverenze e senza prepotenze. Mi pare che due cose le dicano ormai tutti: gli steccati sono dannosi, il sapere e la
scienza sono strumenti indispensabili. Sono strumenti democratici. Trovo nelle parole di Papa Francesco allarme, coscienza e indirizzo. E mi viene da pensare che la crisi chiama in causa valori che erano trascurati, marginalizzati. Sarà bene tenerne conto».
Si vince la sfida con il virus solo con il gioco di squadra...
«Abbiamo capito che nessuno può farcela da solo. Non è retorica. La scienza chiama la politica, presenta le sue condizioni. Probabilmente in questo siamo un po’ cambiati, sentiamo forte l’urgenza di paletti e di garanzie politiche. Soffriamo la politica degli annunci, non ci sono annunci più utili se non sono opere, fatti eseguiti. Soffriamo del fatto che si discute di come riorganizzare la produzione ma non la società. Questa parte resta ancora labile, incerta . Quando far ricominciare tutta l’attività ospedaliera, ma anche come. Come la scuola, i trasporti, sapendo che dietro a questi titoli c’è la vita dei malati, dei bimbi, degli anziani, delle famiglie. Un lavoro enorme e complesso non di ripartenza ma di ricostruzione».
Ricostruire quindi, ma non con gli strumenti del passato...
«Guardavamo anche a questo quando abbiamo concluso tra sindacati dei pensionati, Regione e Anci il protocollo che assicura la consegna a domicilio di spesa e medicine agli anziani fragili, insieme al monitoraggio da remoto di quelli cardiopatici nelle aree interne. Si sono aggiunte poi le ricette digitali, la app della Regione per seguire i pazienti a domicilio in modo integrato tra sanità e socioassistenziale. Non obblighi ma opportunità per vivere meglio senza l’assillo di spostarsi, di rischiare per sé e per gli altri. Il progetto “A casa in buona compagnia “ è anche tutto questo».
Va imboccata una strada nuova.
«Tutti questi strumenti e quelli che verranno, a partire dalla App di geolocalizzazione ”Immuni” per il contrasto alla pandemia, ci indicano forza e velocità della nuova direzione ma anche l’urgenza di darne accesso diffuso, abbattendo il digital device che rischia di creare nuove disuguaglianze. Guardando indietro ricordo solo come all’inizio molti dicevano “ma questi a cosa pensano? Ora tutti guardano affascinati alla medicina remota, alle app di servizio socio assistenziale e dicono “se solo ci avessimo pensato prima”. Pensavamo che le tecnologie, la digitalizzazione, l’assistenza da remoto potevano offrire ristoro agli 80mila anziani non autosufficienti in Toscana, ma anche a non riversare quei bisogni di cura sulle badanti o sulle Rsa.
Pensavamo e pensiamo a come rafforzare il presidio socio sanitario e assistenziale perché è lì che ci siamo trovati più esposti, più sguarniti. Altro che più Asl, noi abbiamo bisogno di più case della salute, di medici di medicina generale più attrezzati. Di più territorio e di più efficienza, di lavoro più qualificato. Questo si può dare una mano al sacrificio di chi lavora in ospedale».
Cosa dire di fronte ai tanti morti nelle Rsa?















«La vicenda delle Rsa ci dice drammaticamente di questo ripiegamento, di un cedimento dell’indirizzo e del controllo pubblico il cui ripristino non può assolutamente essere il ritorno al passato e il nuovo non è una disputa tra pubblico e privato ma su quali investimenti saranno necessari per qualificare e modernizzare questi fondamentali servizi. Penso che senza indirizzo e investimenti pubblici avremo meno Rsa e poca innovazione e non possiamo più permettercelo. Gli anziani stanno pagando un prezzo altissimo. Ma se li guardi hanno davvero un sacco di cose da insegnare. Son gente responsabile».