Mostro di Firenze, la tenda dove furono sorpresi Jean-Michel Kravechvili e Nadine Mauriot
Mostro di Firenze, la tenda dove furono sorpresi Jean-Michel Kravechvili e Nadine Mauriot

Firenze, 3 dicembre 2018 -   È una speranza  esile, sottile come le striature lasciate impresse dalla canna della pistola su quell’ogiva incredibilmente sconosciuta per più di trent’anni. Ma questo reperto, vecchio ma nuovo, sommato ai progressi fatti dalla tecnologia, sono la benzina che hanno tenuto acceso, finora, il motore dell’inchiesta sui delitti del mostro di Firenze. Adesso, però, la “dead line” è vicina e in queste ore il pm Luca Turco sta leggendo i risultati delle perizie depositate quasi per intero.

La prima risposta che sarà andato a vedere è probabilmente quella relativa al «colpo di fortuna» di cui parlò il suo predecessore Paolo Canessa. Passando al setaccio i reperti degli Scopeti, infatti, dal guanciale della tenda della coppia dei francesi è spuntata un’ogiva. Quella estratta con pinzette e cautela dai carabinieri è una parte di un proiettile andato a vuoto: sparando a Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili, la mira dell’assassino fece cilecca. Dunque quell’ogiva andò a conficcarsi dritta dentro il cuscino. Ed è rimasta lì, quasi intatta, riparata almeno un po’ dalle contaminazioni che inevitabilmente hanno subìto tutti gli altri oggetti prelevati sulla scena del crimine in un’epoca - era il 1985, ultimo degli otto duplici omicidi del mostro - in cui gli investigatori prestavano poca attenzione alla scienza, diversamente da oggi.

Dna e balistica: cosa possono dire, se possono dire, quei pochi millimetri di piombo? Rispetto ad altri proiettili estratti dai corpi delle sventurate vittime dell’assassino, l’ogiva rinvenuta di recente (la cui presenza era stata ipotizzata dai periti dell’epoca, ma nessuno, chissà perché, si era mai preso la briga, prima di qualche mese fa, di andarla a cercare) ha il ‘pregio’ di essere meno deformata delle altre. Al consulente Paride Minervini è stato chiesto di capire se sia parte di un proiettile sparato dalla stessa pistola del mostro – la calibro 22 Beretta, mai ritrovata – oppure da un’altra arma. L’ipotesi della presenza di una seconda pistola sulle scene dei crimini infatti non ha mai potuto essere esclusa con certezza granitica, visto che bossoli e proiettili non combaciano mai in nessun delitto. E poi, da qualche tempo a questa parte, c’è una pistola che ha catturato l’attenzione degli inquirenti. E’ la High Standard, un’altra calibro 22 che lega gli ultimi protagonisti dell’inchiesta infinita: prima la possedeva il medico Francesco Caccamo, poi se la prese l’ex legionario Giampiero Vigilanti. Nel 2013, Vigilanti ne denunciò il furto, curiosamente quando in procura c’era già un esposto che parlava di lui. Ma l’ogiva del cuscino è stata poi consegnata anche al biologo Ugo Ricci per cercarvi sopra eventuali tracce di dna.

È tutto molto difficile, ma è un tentativo obbligatorio, in un’era, quella di oggi, in cui ogni cold case viene riaperto e riesaminato alla luce proprio dei progressi delle tecniche d’investigazione. Con le perizie in mano, la procura trarrà dunque le sue conclusioni, ad un anno e mezzo esatto dell’iscrizione sul registro degli indagati di Vigilanti e Caccamo. Qualunque sia la mossa del pm, ci sarà comunque un confronto davanti al gip. In caso di richiesta di archiviazione da parte della procura (l’ipotesi più probabile), è pressoché certa un’opposizione da parte del legale delle vittime francesi, Vieri Adriani, praticamente l’unico rimasto che non si accontenta delle sentenze scritte, che vedono condannati i compagni di merende, Mario Vanni e Giancarlo Lotti, ma solo per gli ultimi quattro duplici omicidi, in concorso con Pietro Pacciani, morto però prima di subire un nuovo processo.