Per i livornesi il mare è nel dna (foto Novi)
Per i livornesi il mare è nel dna (foto Novi)

Livorno, 23 maggio 2020 - «Io sul mare ci sono nato. Come tutti i livornesi veri. Come il mi’ babbo e il mi’ nonno, tutta la famiglia. Si prendevano i ricci e i polpi con le mani fin da quando s’era bimbetti. Ormai i ricci e i polpi un ci son più come prima, però il mare c’è e un ce lo possono levà". Bruno Malloggi, 83 anni, è uno dei temerari che il primo di gennaio si tuffa in acqua ai ’Tre Ponti’ per rinnovare il patto di sangue con l’elemento che è corpo e anima della città. Non potrebbe essere altrimenti, per lui che “sul mare” è nato. Sole e sale formano un gioco di parole ma sono l’imprimatur di Livorno sui volti di migliaia di persone che a quel modo di vivere il mare non possono rinunciare. Eppure adesso, per la prima volta nella storia, il matrimonio è in bilico: colpa del Covid-19, che rischia di limitare in modo drastico gli accessi agli stabilimenti balneari e addirittura di farli chiudere.

I “Bagni Fiume” della famiglia Neri, che raccontano almeno tre generazioni, sono fra questi. Livorno è figlia dello scoglio e non della sabbia, ma ora questo fregio di originalità è un pugnale nella schiena. Qua non è possibile sottrarre al mare la sabbia che non c’è. Il ’distanziamento’ è difficilmente applicabile e il nodo è proprio questo. Il livornese d’estate si trasferisce ai Bagni Fiume, ma anche ai Pancaldi e in tutti gli altri stabilimenti dal Cantiere fino ad Antignano. Traslocano armi e bagagli in una transumanza di famiglie con zainetti e infradito. C’era chi aveva il fornellino in cabina per cuocere la pasta, con tanto di tovaglie, saliera, olio, vino. Alternativa è la ghiacciaia Gio Style azzurra o rossa col pranzo preparato a casa e portato dai suoceri pensionati. E le sedie a sdraio, i lettini, i materassini sparsi nella giungla di ombrelloni dov’è impossibile transitare? Il percorso è un campo minato da canotti con orche sorridenti e passeggini coi bimbi dentro, pinne e maschere stese ad asciugare, sedie "dell’ombrellone 8" che per proprietà transitiva "sono anche del 5, che tanto è della su’ cognata". Sole che brucia, mare che abbraccia: migliaia dei 160mila livornesi vivono su questa Tahiti di cemento. Se passa un forestiero e chiede cos’è un favollo (un grosso granchio prelibato), prima lo prendono in giro ma poi lo invitano a pranzo con la famiglia.

La casa si sposta in cabina, che qui è ‘gabina’ con la g. Dentro c’è tutto: tavolo pieghevole di legno con 4-6 sedie, completi da sub, retini, canotti, pinne, asciugamani, giocattoli e costumi appesi. Anche attrezzi da lavoro, perché c’è sempre qualcosa da riparare e c’è sempre uno strumento con cui farlo.

Mauro Mazza , 72 anni, ama le cene. "Con moglie, figlie, nipoti, amici - racconta - qui ci abbiamo trascorso serate intere da giugno a settembre. E poi le partite a carte, i tornei interminabili… E’ come d’inverno, solo che siamo d’estate e sul mare".

E poi c’è il ‘gabbione’, dove il calcio sfida il solleone e rincorre il mito. Negli anni ’60, quando il capitano della Grande Inter di Moratti era il livornese doc Armando Picchi, dentro quel gabbione videro giocare Luisito Suarez e Mazzola, tanto per dirne due. Fu proprio Armando a far scoprire ai grandi del calcio quel modo folle e al tempo stesso bellissimo di sfidarsi, rimbalzando il pallone sul cemento con il muretto che fa da sponda senza fermarsi mai. Ci vuole fiato, ci vuole gamba. Ci vuole anche testa, che è qualcosa di più di una scatola dei sogni.

"C’è voglia di ripartire, ma la situazione degli stabilimenti balneari livornesi è complessa - dice il sindaco Luca Salvetti - non è come in Versilia o a Tirrenia. Stiamo spingendo con il governo e con la Regione per far capire questa differenza. Chiediamo che ci sia una valutazione di questi elementi in modo da favorire i titolari per l’apertura, nel rispetto della tutela della salute dei cittadini".

Salvetti sta lottando con forza. Qualcosa va fatto. Non solo per rispetto del folk e della nostalgia, che come dice la canzone è anche un po’ “canaglia”. Ma perché Livorno è questa. Gioisce e soffre del suo non essere di sabbia. L’alternativa allo stop? Gli scogli liberi e selvaggi da Antignano al Boccale, da Calafuria al Romito. Chi primo arriva, per primo alloggia. Ma niente ombrellone fisso, niente bar, niente gabbione, niente ‘gabina’. Sono almeno 4.500 i livornesi che ogni estate si abbonano ai soli Bagni Fiume: se vengono chiusi, dove andrà questa gente? Provate a moltiplicare per le altre migliaia di livornesi che rischiano di restar fuori dagli altri stabilimenti e vi renderete conto che questo è un problema sociale, non solo logistico. Un problema sociale enorme, grave, che lontano da Livorno forse non è facile comprendere, in questa estate fatta di distanziamento sociale, mascherina e incubo Covid. Ma è sufficiente trascorrere mezza giornata qui per rendersi conto che Livorno non è soltanto una città di mare: è il mare stesso dentro le persone.
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