Il caso di Marja. Con lei è sparita per sempre dal mondo una lingua

Sapete che entro la fine del secolo potrebbero volatilizzarsi 1.500 idiomi? Uno studio australiano spiega che la perdita del linguaggio potrebbe triplicare nei prossimi 40 anni

Cartina geografica (foto da web)
Cartina geografica (foto da web)

Firenze, 29 dicembre 2023 – Ogni cosa è destinata a morire nel mondo con tempo che passa, anche una lingua. Esattamente 20 anni fa, il 29 dicembre del 2003, con la morte di Marja Sergina, l'ultima rappresentante del popolo Akkala Sami, si è estinto l'antico e omonimo linguaggio, che veniva parlato solo nella Russia settentrionale, nella Penisola di Kola, a confine con Finlandia e Norvegia.

La scomparsa di questa lingua ha rappresentato una tra gli eventi antropologici più importanti del XXI secolo. Non è la prima volta che accade. Negli anni, con la morte delle ultime persone che li parlano, alcuni idiomi sono scomparsi dalla Terra. È successo a giugno del 2013, con la morte di Grizelda Kristina a 103 anni, quando ha smesso di esistere il Livoniano. A febbraio del 2014 è capitato di nuovo con la morte di Hazel Sampson, con lei è morta un’altra lingua: il Klallam, parlato da sparute tribù indiane in America.

Dal 2009 è scomparso, con l’ultimo madrelingua, invece, il Pataxo Ha-Ha-Hae dal Brasile. Quattro anni prima, nel 2005, stesso destino l’ha avuto l’idioma l’Osage, che era parlato in Oklahoma, estintosi insieme a Lucille Roubedeaux. Ora tutti si sono “convertiti” al Portoghese. Non si tratta di casi isolati.

Nel mondo ci sono almeno 1.500 lingue che entro la fine del secolo potrebbero letteralmente estinguersi, cessando così di essere parlate. Secondo uno studio portato avanti dall'Anu, l'Australian National University e pubblicato su Nature Ecology and Evolution, ci sono segnali in tal senso su almeno 3.500 linguaggi dei circa 7.000 complessivi che esistono e che sono riconosciuti, e di questi quasi la metà potrebbero vedere la loro fine a breve, tra meno di 80 anni.

"Senza un intervento immediato – spiegano i ricercatori - la perdita del linguaggio potrebbe triplicare nei prossimi 40 anni ed entro la fine del secolo se ne potrebbero già perdere 1.500". Nella ricerca sono elencati tutti quei fattori che stanno mettendo a rischio le differenti lingue. L'aumento della scolarizzazione nel mondo è una causa tra le tante e per questo gli studiosi suggeriscono il ritorno al bilinguismo nei programmi, supportando così sia la lingua a dominanza regionale che quella indigena.

"Tra i 51 fattori e predittori che abbiamo studiato, ce ne sono alcuni sorprendenti. Ad esempio c'è la densità stradale, per cui più sono le strade che collegano le città con i paesi e con i villaggi, più le lingue dominanti sovrastano quelle locali", raccontano i ricercatori. L'Australia, prosegue lo studio, "è uno dei Paesi col più alto tasso di perdita di lingue indigene: prima della colonizzazione se ne parlavano oltre 250, oggi ne rimangono 40 e di queste appena 12 vengono imparate dai bambini”. "Quando una lingua viene persa o rimane 'addormentata' - conclude lo studio - perdiamo tanto della nostra diversità culturale che contraddistingue l'umanità”. Nasce oggi Charles Goodyear nato il 29 dicembre del 1800 a New Haven, Connecticut, Stati Uniti. Nel 1839 fece cadere accidentalmente della gomma indiana mescolata con zolfo su una stufa calda: scoprì così la vulcanizzazione. Nei trasporti, da quel momento in poi, cambierà tutto; nella vita di Goodyear, un po’ meno, tra battaglie per il brevetto e i debiti che gli valsero, tra le altre cose, anche un soggiorno in prigione a Parigi. Ha detto: “La vita non dovrebbe essere valutata esclusivamente dallo standard di dollari e centesimi. Io non sono disposto a lamentarmi per aver piantato semi di cui altri raccoglieranno i frutti. Un uomo ha da rammaricarsi solo quando semina e nessuno raccoglie”.