Foibe, la testimonianza: “Fuggimmo in treno alla volta della libertà. Molto poveri ma felici”

Da Rovigno al campo di Laterina e infine a Firenze. “In Istria ci sentivamo spiati, ormai ci mancava l’aria”

Riccardo Simoni (a destra), oggi ha 84 anni. Ci racconta la sua esperienza di profugo: arrivò a Laterina

Riccardo Simoni (a destra), oggi ha 84 anni. Ci racconta la sua esperienza di profugo: arrivò a Laterina

Laterina (Arezzo), 8 febbraio 2024 – Riccardo Simoni, lei è nato nel 1940 a Rovigno, in Istria. Con i suoi genitori e i suoi due fratelli partiste il 18 luglio 1951 per il campo profughi di Laterina. Perché fuggiste?

"Perché mancava la libertà come mancava l’aria. Dalla fine della Seconda guerra mondiale in città il clima si fece progressivamente sempre più pesante e il peggio venne dopo le vicende fratricide tra comunisti fedeli a Stalin e fedeli a Tito".

Rovigno era considerata una zona rossa, in cui la tensione esplose con la rottura tra Tito e Stalin del 1948.

"Si creò l’occasione per decapitare in tutta l’Istria e a Rovigno i comunisti internazionalisti cominformisti. Avevamo paura, ci sentivamo spiati. Ci mancava l’aria e lo dico da figlio di un partigiano: così sfruttammo una delle opzioni create durante il trattato di pace per la popolazione italiana di andarcene".

Cosa ricorda delle Foibe?

"A Rovigno ci furono due periodi di infoibamenti, nell’autunno 1943 e dopo il maggio 1945. In entrambi i casi è ora documentato che le esecuzioni avvenivano solo per espliciti ordini della polizia segreta, l’Ozna. Un periodo enormemente doloroso le cui cause vanno ricercate in vent’anni di fascismo che nell’attuale ex Jugoslavia seminò dolore e morte".

Come arrivaste al campo di Laterina?

"Mio nonno con un carretto per i nostri pochi bagagli ci accompagnò alla stazione. Il treno ci portò vicino a Trieste, a Opicina, dove fummo accolti dalla Croce Rossa che ci offrì una tazza di latte e fagioli lessi. Poi partimmo per Udine, in un Centro smistamento profughi buio e triste, dove avrebbero deciso quale Centro raccolta ci avrebbe accolto".

Cosa ricorda del campo?

"Alla stazione di Laterina Scalo un camion ci portò nell’ex lager, già campo di concentramento per inglesi, prigionieri fascisti della Rsi e allora pieno di profughi giuliano-dalmati. Era una pianura con tante baracche con oltre duemila persone. Le famiglie nei ricoveri erano divise da fili di ferro con coperte appese, con piccole stufette e letti a castello militari. L’unico gabinetto, alla turca, stava all’aperto. Ricevevamo un sussidio di circa 100 lire a testa al giorno".

Quando usciste?

"Dopo quattro anni andammo a Firenze, in un appartamento Ina Casa. Terminai gli studi e divenni medico. Un medico libero e felice ma triste per come la nostra epoca oggi stia dimenticando la storia".

È più tornato a Laterina?

"Sì, una volta sola, 40 anni fa. Mi sono commosso ripensando a tutta la nostra vita e mi sono sentito felice. È rimasta in piedi una baracca nel campo: mi aspetto che la Regione mantenga la promessa di realizzarci un museo. Nessuno dimentichi che in quella valle, oltre quel filo di ferro, è rimasto il nostro cuore".