ERIKA PONTINI
Cosa Fare

Messina Denaro e i Georgofili: "Il menefreghismo della mafia causò i morti, anche bambini"

Nell’interrogatorio di febbraio il capomafia di Castelvetrano nega di aver avuto un ruolo "Se la bomba l’avessi messa io non ci sarebbero state vittime. Io ho una coscienza".

Messina Denaro e i Georgofili: "Il menefreghismo della mafia causò i morti, anche bambini"

Messina Denaro e i Georgofili: "Il menefreghismo della mafia causò i morti, anche bambini"

Nadia, 9 anni e Caterina, 50 giorni, vennero ammazzate, insieme ai genitori e al giovane studente Dario Capolicchio, dal "menefreghismo" della mafia.

Morti collaterali che potevano essere evitate, se solo la cupola non avesse scelto "gente che non vale niente". "Anche un menomato capiva che succedeva una strage, se metteva una bomba là" ma "se andavo io a Firenze a metterla con le stesse finalità, non sarebbe morto nessuno perchè io ho una coscienza".

Le parole di Matteo Messina Denaro, l’ultimo boss stragista condannato all’ergastolo anche come mandante dei Gergofili, e morto venti giorni fa in ospedale, suonano brutali anche a distanza di trent’anni. In un verbale d’interrogatorio del 16 febbraio, davanti al giudice Alfredo Montalto che lo processava per l’estorsione di un terreno, reato quasi bagatellare dinanzi a tanto orrore, e fino a ora rimasto top secret, il capomafia di Castelvetrano tenta di lasciare la sua eredità, senza mai ammettere niente: né sull’appartenenza a Cosa nostra ("lo leggo dai giornali"), nè in merito alla conoscenza di boss come Graviano, Brusca e Riina.

In quelle cinquanta pagine zeppe di "non so", "non conosco" e "non c’entro niente", in un linguaggio allusivo tipicamente mafioso, U’ siccu manda messaggi e vuole lavarsi l’anima dai morti bambini: il piccolo Giuseppe Di Matteo, 12 anni, sciolto nell’acido perchè figlio di un pentito che non volle ritrattare, e le bimbe di Firenze, uccise nel crollo della Torre de’ Pulci insieme ai genitori. In loro ricordo i carabinieri del Ros intitolarono la cattura del superlatitante ’Tramonto’, come l’ultimo disegno di Nadia, rimasto appeso nell’hangar dell’Antimafia siciliana per gli anni interminabili delle ricerche e delle indagini.

Alle 10 di mattina, in videocollegamento dal carcere de L’Aquila dove il boss era detenuto, già malato terminale, inizia il confronto serrato con il giudice.

E già, nelle domande di rito si percepisce la spavalderia di un uomo abituato a comandare, e restare, fino all’ultimo, irriducibile.

Soprannomi? "Mai, me li hanno attaccati i giornalisti". Attività lavorativa? "Agricoltore". Le sue condizioni di vita, dal punto di vista economico? "Non mi manca niente". Condanne "credo di sì... l’ho presa con un po’ di umorismo". E poi spavaldo e sprezzante nel raccontare che i viaggi a Roma non li faceva per pianificare gli attentati nel Continente, ma per andare in barca a Ostia. "Questo non lo sapete, ma io avevo una barca".

E’ su Giovanni Brusca che Messina Denaro pretende di dover chiarire. "Nel caso io fossi stato catturato speravo che mi dessero la possibilità di difendermi di sto’ fatto di questo bambino sciolto da me nell’acido, se mi dà lei questa possibilità le sarò grato per tutta la vita, perchè anche io sono padre. Poi se sono creduto oppure no, non importa".

Messina Denaro non vuole che si parli di lui come del boia che ha ammazzato un innocente mentre materialmente – secondo la ricostruzione che il boss affida al giudice – fu Giovanni Brusca a decidere dopo la condanna incassata per l’omicidio di Ignazio Salvo, uno degli esattori di Salemi. "Sto mascalzone, che c’entrava sto bambino?". "Io non so niente – chiarisce ancora –, ma sarei dovuto essere condannato solo come mandante del sequestro". Quell’omicidio, ora gli pesa.

E’ il giudice lo incalza sugli altri bambini assassinati: "Lei si preoccupa per Di Matteo ma non di quello che è successo a Firenze in cui ci sono morti bambini, tra cui una di pochissimi mesi". "A prescindere che tengo in chiaro che io non so niente di Firenze, poi quello che dicono i collaboratori se la vedano loro, il bambino (Di Matteo, ndr) fu un fatto mirato, Firenze, qualora fosse vero, non è che si volevano uccidere persone. Il problema è che sono andati con la ruspa: hanno ucciso la mosca a cannonate, perché si sa che se si mettono bombe, possono cadere degli innocenti ma la finalità – come dicono alcuni – non era uccidere persone ma prendersela con lo Stato".

Quella drammatica notte tra il 26 e il 27 maggio del ’93 un Fiorino carico di esplosivo devastò via dei Georgofili. La mafia voleva far crollare gli Uffizi, uno dei simboli del patrimonio artistico d’Italia, simbolo di un attacco a uno Stato che dopo gli omicidi Falcone, e soprattutto Borsellino, aveva stretto sul carcere duro, i pentiti e i patrimoni dei mafiosi, ma ai sicari toccò parcheggiare più distante dal museo, e l’espolsione fece a pezzi la casa dei Nencioni.

Nella riunione in una villa di Santa Flavia dove Riina ordinò la ritorsione stragista nel Continente, proseguita anche dopo la sua cattura. Seduto a quel tavolo a guardare i depliant turistici c’era anche Messina Denaro.