Gabriele Cané
Gabriele Cané

Firenze, 27 febbraio 2021 - Ci risiamo. Li chiamano «differibili», o «non urgenti». Sono gli interventi, le operazioni chirurgiche che vengono sospese, rinviate, aggiornate causa covid. I reparti, purtroppo, si riempiono dei nuovi (tanti) positivi, e per per le «vecchie» malattie c’è sempre meno spazio.

Inevitabile? Un anno fa, travolti dallo tsunami pandemico, certamente sì. Oggi, per niente o molto meno. E’ vero che non in tutti gli ospedali sta accadendo. E’ vero che il personale medico e sanitario sta dando una nuova dimostrazione di coraggio, abnegazione, diciamo pure di amore.

Ma è anche vero che dodici mesi dopo, con i danari stanziati nel luglio scorso dal governo per consentire alle regioni il potenziamento delle terapie intensive (e non solo), con i soldi del Mef che oggi neppure ricordiamo, ma che qualche mese fa avrebbero dato ossigeno e vigore alle nostre strutture di cura e al personale necessario a farle funzionare; è vero che questi rinvii sono intollerabili.

Perché significano patologie che si trascinano, e quando un giorno entrerà in sala operatoria, non è affatto certo che il paziente possa ottenere gli stessi risultati. Perché in parallelo sono esami che slittano, terapie che saltano, gente, tanta, che non guarisce, che si ammala, o muore.

E’ già successo nel 2020, in dimensioni di cui non sapremo mai la consistenza, e mai sarebbe dovuto accadere di nuovo. Il fatto che non sia così ovunque, certo, ci conforta. Il fatto che accada, però, è un altra bocciatura di una macchina statale che ha retto solo per il valore dei suoi piloti in camice bianco e non certo per la qualità del suo motore.

Oggi che il virus morde, declinato pure nelle sue pericolose varianti, dobbiamo constatare che ammalarsi non di Covid, spesso, paradossalmente, rischia di diventare un «lusso», e soprattutto un rischio: abbiamo paura di andare in ospedale, e se ci andiamo senza essere in condizioni critiche, si rischia pure di essere «differiti».

Allora, ancora una volta, possiamo e dobbiamo affidarci alla bravura del personale sanitario, al suo spirito di sacrificio. E quanto alla organizzazione e alla burocrazia sanitaria, beh, per non entrare in polemica in un momento in cui dobbiamo essere tutti uniti, diciamo che il giudizio va sospeso. Come dicono loro: «differito».