Firenze, 31 marzo 20209 - Eppure, alla fine, a guerra vinta, qualcuno stabilirà come si lotta ad armi pari con il virus. Mezzi, protocolli, dinamiche precise, condivise. Oddio, se riuscissimo a saperlo prima sarebbe meglio, ma l’impressione è che proprio non ce la facciamo. E questo a prescindere dall’impegno straordinario dei sanitari, delle istituzioni, di tanti volontari e donatori. Venendo al sodo: a due mesi dalla proclamazione dello stato di emergenza, le incertezze restano tante. Sinceramente troppe. Con una certezza: che siamo sempre a inseguire. Capitolo mascherine. Per la gente comune non esistono. Le farmacie non le hanno. Mistero rabbioso di queste settimane. In clandestinità ne girano di vario tipo, ma se le trova la Finanza le sequestra. Peccato. Potrebbe lasciarle a noi cittadini perché comunque sono meglio di niente. E dopo due mesi, noi siamo a niente. Il problema, però, sta soprattutto negli ospedali e nelle strutture protette.

La Regione Toscana ne ha varato e certificato un modello, ma secondo parte del personale non sono sicure in base ad altrettante certificazioni. Può darsi che la diatriba finisca a carte da bollo, ma il fatto è marginale rispetto all’incertezza che ne deriva. Se un sanitario (un altro) si ammalerà, sarà colpa del caso o delle mascherine? Non è un dettaglio. Lo stesso che induce a prudenza i medici di base, chiamati in prima in linea per l’assistenza domiciliare. Con quali presidi? Camici, mascherine? Arriveranno. Domanda: non era opportuno, necessario, avere il materiale, e poi mobilitare i dottori? Infine, tamponi e esami sierologici. Per l’Istituto superiore questi ultimi sono inaffidabili. La Toscana invece ci si affida per “stanare” i malati. Noi pensiamo che faccia bene. Meglio un segnale anche incerto che niente. Ma meglio ancora qualche certezza. Che di sicuro arriverà. Dopo.
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