Albergo sanitario
Albergo sanitario

Arezzo, 13 luglio 2020 - Si sente prigioniero del coronavirus. E non sa come liberarsene o svicolare. «Mi chiamo Vittorio Gnaldi e da sette mesi vivo isolato dal mondo per colpa del Covid». Un isolamento lunghissimo perché prima che risultasse positivo al virus era stato ricoverato in ospedale per due mesi, poi chiuso in casa a Terranuova, poi trasferito in un albergo sanitario a Siena e finalmente nella sua casa a Lignano.

Un vero e proprio incubo che si è abbattuto non solo su di lui ma anche sulla sua famiglia, la moglie settantenne, la suocera di 93 anni e la signora che li aiuta nelle pulizie in casa, tutte bloccate a casa perché in contatto con lui benché negative al tampone.

Vittorio Gnaldi, 73 anni, aretino, racconta la sua storia dall’albergo sanitario Hotel Porta Romana di Siena dove si è fatto trasferire «per lasciare libera mia moglie» confessa, lui che dopo undici tamponi risulta ancora positivo. «E’ da gennaio che non esco di casa e nessuno può stare con me, un periodo lunghissimo, difficile da capire se non si prova, solo e impotente, senza la speranza di curarmi, senza sapere quando risulterò negativo, senza via d’uscita» si sfoga Vittorio che il 23 gennaio deve ricoverarsi a Siena per una ricaduta di una patologia rara di cui soffre da anni.

Alle dimissioni va a casa della moglie a Terranuova, la bufera Covid è mi piena tormenta, ma lui deve andare a fare controlli alle Scotte a Siena, il tampone è d’obbligo e risulta positivo. «Chissà dove l’ho preso, ero stato solo in ospedale e mia moglie era negativa - si chiede Gnaldi - non avevo nessun sintomo, non avevo tosse, avevo appetito».

E’ il 7 maggio e scatta l’isolamento anche se la forza del virus risulta bassa grazie al fatto che sto facendo una cura a base di cortisone, 70 milligrammi al giorno. «Vengo mandato a casa - racconta - e devo interrompere la terapia, in ospedale non mi fanno entrare. Passano i giorni, ogni settimana mi fanno il tampone, è sempre positivo. Allora decido di lasciare libera la mia famiglia e il 30 giugno mi faccio mandare in un albergo sanitario, quello di Arezzo è chiuso e vado a quello più vicino di Siena. Solo in una stanza di venti metri quadrati, col cibo che mi viene portato in camera, Gli unici contatti che ho con il mondo esterno sono le telefonate.Vivo tra rabbia e frustrazione».

Il signor Vittorio è al limite, sette mesi sono tanti, e chiede se è possibile essere trasferito nella sua casa a Lignano, in mezzo ai boschi, la Asl lo consente: «Magari lo avessi fatto prima, ma pensavo non si potesse e che fosse più difficile raggiungermi per le cure e i tesi».

Ieri il trasferimento con il 118, l’isolamento del signor Vittorio continua, ma almeno tra cielo e verde, e poi una volta lassù saranno la moglie e la figlia a portargli la spesa. «Sette mesi isolati prima in ospedale poi a casa sono difficilissimi, non si possono capire se non si vivono, e ancora oggi non so se e quando guarirò».