Silvia Peruzzi con mascherina e senza
Silvia Peruzzi con mascherina e senza

Arezzo, 14 gennaio 2021 - Prendeva appunti su dei fogliettini volanti, il piccolo puzzle personale della sua odissea. Silvia se ne è accorta, li ha visti sparsi sul comodino: e gli ha portato un quaderno per raccoglierli tutti. «E’ troppo bello questo quaderno: ci scriverò il mio diario di bordo». La storia della sua malattia: 82 anni, ricoverato nel reparto Covid. Lei è Silvia Peruzzi, psicologa della Asl, impegnata sia a pneumologia che a terapia intensiva. «Mi ha chiesto una mano quando tutto sarà finito per scrivere insieme un libro».

Un libro da quegli appunti sparsi: nessuno ne conosce il contenuto, nessuno neanche osa sbirciarli. Lui li correda di foto che scatta con il cellulare a medici e infermieri. Inquadra solo gli occhi, forse perché sono quelli da settimane a dargli la forza di resistere. Storie di Covid. Oltre i respiratori, oltre i numeri, oltre le tute da astronauta. E nelle quali Silvia e le sue colleghe diventano un punto di riferimento.

«Seguiamo i malati anche nei loro trasferimenti: se si aggravano e passano a terapia intensiva, trovano sempre noi per un sostegno». Determinante se sei frastornato dalla lontananza dei familiari. Anche se un passo alla volta anche loro si sono avvicinati ai reparti bunker.

«La compagna di un paziente ha scoperto che le finestre della sua stanza davano all’esterno: e ha cominciato a passarci davanti, non una ma più volte». Amore senza cioccolatini: ma sostenuto dalla creatività di medici e infermieri. «L’hanno vista, hanno capito chi cercasse e si sono organizzati per facilitare i loro incontri, spostando il letto quando lei compariva alla finestra».

Un tessuto di emozioni vere, le uniche infrangibili al Covid. «E’ straordinario – racconta Silvia – scoprire le risorse che abbiamo dentro: lo vedi dai malati, da come resistono alla malattia ma soprattutto ai suoi strascichi». La solitudine, la paura, la mancanza di riferimenti. Sentimenti che corrispondono a quelli dei parenti fuori. «Tutto era iniziato con una linea telefonica, un numero verde di appoggio psicologico».

Per la cronaca è 800336988, ancora caldo di chiamate. «Lo usano tantissimo quelli che vivono in isolamento nelle case, dai positivi ai contatti stretti». Lì dove non ti manca solo il pane e il latte ma spesso anche la terra sotto i piedi. E così il lavoro si è spostato sul punto più delicato, le comunicazioni tra le famiglie e i ricoverati. «Ti trovi a volte a dover dire a chi è in un letto di ospedale che una persona cara non c’è più».

Roba da spegnere non un casco ma la speranza. Come si fa? Silvia non ha ricette. «L’unica cosa che conta è personalizzare il messaggio. Siamo tutti diversi, come indole e sensibilità: e a quella vanno appoggiate le parole giuste». Il Covid schiaccia, come uno zoom, eliminando i contorni e i dettagli: l’incontro li riporta a galla, a volte prima del respiro che a questi malati manca.

«E’ un lavoro di squadra, noi siamo un’equipe che poi interagisce con medici, infermieri, i preziosissimi Oss». Lei viene dalla psicologia ritagliata sui malati terminali, su quella dell’emergenza e di fine vita. E ha trovato qui non pagine di manuali ma vita: quella vera, che spesso si incrocia con la morte. Come nelle videochiamate degli ultimi giorni.

«Ho cercato la figlia di un paziente, le ho detto che le mie mani sarebbero state le sue. Mi ha chiesto di usarle per accarezzare il viso del padre, e l’ho fatto come se fossi lei». Le aveva promesso il giorno dopo di farlo salutare anche dalle nipoti. «Ma è morto prima di rivederle».Il dolore che diventa comune, come quelle mani.

E ora da Natale l’esperienza di apertura di terapia intensiva, secondo il progetto del primario Marco Feri e di Roberto Bindi. «Gli infermieri aiutano i parenti a vestirsi e a spogliarsi, noi li prepariamo a cosa troveranno».

Cinque persone al giorno, dalle 14 alle 16, dieci minuti di incontro. «Sa qual è la reazione generale? La realtà è meglio della fantasia». Perché il Covid è terribile ma gli «spettri» lo enfatizzano. Guardarlo negli occhi aiuta a vincerlo. Magari con la carezza «guidata» da una figlia. O dallo sguardo alla finestra di un’innamorata.