Seicento profughi scelgono di restare. De Luca: "Qui costruiscono il futuro"

Il prefetto spiega il modello di accoglienza diffuso: "Più è capillare, maggiore è l’efficacia dell’integrazione"

Seicento profughi scelgono di restare. De Luca: "Qui costruiscono il futuro"

Seicento profughi scelgono di restare. De Luca: "Qui costruiscono il futuro"

Due anni dopo il grande esodo, lontano dalle bombe, sono seicento i profughi ucraini che hanno scelto di restare qui. Si sono rimboccati le maniche, affrontando il trauma di chi lascia casa e affetti per non morire. Oggi hanno un lavoro e vivono in case che gestiscono autonomamente: restano, per costruire un futuro. Dal 1 marzo 2022 sono stati 171 gli ucraini, in gran parte donne e bambini, accolti nei Cas della prefettura che ha messo in moto la macchina dell’accoglienza e garantito loro un posto sicuro da dove ricominciare. Di questi, 10 sono stati nel tempo inseriti nella rete Sai a livello nazionale, mentre 149 hanno preferito trovare casa e seguire un percorso indipendente. Attualmente nei Cas restano dodici persone. Il prefetto Maddalena De Luca ha guidato la fase più complessa dell’accoglienza che continua a incrociare quella per i migranti che seguono le rotte dall’Africa e dall’Oriente.

Prefetto De Luca, che anni sono stati?

"Molto impegnativi. Ma la rete di solidarietà attivata immediatamente, ha funzionato bene e c’è stata una grandissima risposta anche da parte della comunità. E questo ha facilitato il piano dell’accoglienza".

Cosa le ha trasmesso questa esperienza?

"Abbiamo vissuto un periodo molto intenso anche emotivamnente: sono storie di persone che hanno lasciato la loro terra e gli affetti, spesso con mariti e fidanzati rimasti a combattere. Tuttavia siamo riusciti ad esprimere un’accoglienza di qualità".

In che senso?

"Con la collaborazione di tutta la comunità, è risultata più efficace anche la successiva integrazione nelle realtà locali. E questo ha riguardato anche i casi più particolari, come ad esempio quello di madri con figli malati e bisognosi di cure".

Perchè ha funzionato il modello di accoglienza diffusa che lei ha introdotto?

"Lo schema è lo stesso, non c’è differenza tra l’accoglienza degli ucraini e quella dei migranti dall’Africa o da altre provenienze. Alcune situazioni hanno trovato maggiore sensibilità, altre meno, ma l’idea di fondo è semplice: più l’accoglienza è capillare, maggiori sono le risposte positive e l’efficacia dell’integrazione".

Seicento persone restano qui. Che segnale è?

"Indica il completamento di un percorso iniziato due anni fa. La maggiorparte di chi è arrivato, decide di restare, lavorare e mandare a scuola i figli. È il segno concreto di un’integrazione di ottimo livello.

In questi due anni cosa l’ha colpita di più?

"Sicuramente i minori e la forza delle madri per assicurare loro un futuro. Hanno lasciato le famiglie, affrontato un lungo viaggio per proteggerli dall’orrore della guerra. Guardando negli occhi questi bambini ho ricevuto l’intensità di vicende umane che, inevitabilmente, ti toccano nel profondo".

Cosa ha letto in quegli sguardi?

"La paura e quella sensazione di smarrimento che si prova quando si scappa da una tragedia e si arriva in un Paese straniero. In quegli sguardi ho letto la sofferenza, la solitudine. Tuttavia, il messaggio positivo che accompagna il percorso degli ucraini in questi due anni, è che quando capiscono che sono accolti con autenticità, ritrovano la fiducia in un’esistenza tranquilla. Non devono più preoccuparsi delle bombe. È come ridare la speranza che nessuno dovrebbe mai perdere".