di Alberto Pierini E’ dietro quella porta che si gioca la partita decisiva. Spesso e volentieri la partita della vita, essendo l’ultima spiaggia per tanti malati le cui condizioni continuano a peggiorare. Ma è anche la vera partita del pianeta sanità: la terapia intensiva. Il reparto, guidato da anni con polso da Marco Feri, è sotto pressione da oltre un anno, un po’ come il reparto che lo affianca e che raccoglie malattie infettive e pneumologia. Ma in questi giorni è arrivato al di là della saturazione. I dati sono asciutti: ventuno i posti fissi di rianimazione, i 12 di partenza e i nove realizzati tra ottobre e dicembre 2020. A questi ne sono stati aggiunti tre sfruttando al meglio un paio di salette a fianco della terapia intensiva. Fanno 24 posti e sono tutti posti Covid....

di Alberto Pierini

E’ dietro quella porta che si gioca la partita decisiva. Spesso e volentieri la partita della vita, essendo l’ultima spiaggia per tanti malati le cui condizioni continuano a peggiorare. Ma è anche la vera partita del pianeta sanità: la terapia intensiva. Il reparto, guidato da anni con polso da Marco Feri, è sotto pressione da oltre un anno, un po’ come il reparto che lo affianca e che raccoglie malattie infettive e pneumologia. Ma in questi giorni è arrivato al di là della saturazione.

I dati sono asciutti: ventuno i posti fissi di rianimazione, i 12 di partenza e i nove realizzati tra ottobre e dicembre 2020. A questi ne sono stati aggiunti tre sfruttando al meglio un paio di salette a fianco della terapia intensiva. Fanno 24 posti e sono tutti posti Covid. A ieri ne erano occupati 23 ma nei fatti sono tutti destinati a gestire la pandemia. Non solo: almeno un altro malato è stato trasferito a Grosseto, l’ospedale che ci spalleggia, come già in autunno aveva fatto Nottola.

Ai 24 posti Covid se ne affiancano 5 no-Covid al San Donato. La media interna è sbilanciatissima: saremmo all’82% della disponibilità. Ma non è questo il dato che conta. Nella bilancia vanno infatti inseriti tutti i letti di rianimazione della zona aretina della Asl. Che in questo momento sono 41: ai 29 del San Donato se ne aggiungono sei a Bibbiena e sei alla Gruccia, nell’ospedale del Valdarno. E questo allenta la percentuale: quella complessiva è comunque del 58% di posti Covid. Ed è nettamente sopra il tetto indicato, quel 30% scelto come "spia" della pressione ospedaliera. Poi magari i dati complessivi della Asl saranno inferiori ma questo è il quadro di Arezzo.

Rimaniamo in terapia intensiva: anche i posti no Covid sono agli sgoccioli. Perché dei 5 del San Donato 4 sono occupati, perché quelli della Gruccia sono tutti pieni e perché dei 6 di Bibbiena ne residua uno solo. Una saturazione complessiva quasi senza precedenti, considerando anche i letti di subintensiva. Questo non significa che i malati vengano respinti. Non ci sono al San Donato nè ambulanze in coda, come abbiamo visto in altre regioni, nè lettighe strapiene all’interno. Il sistema regge su due pilastri. Uno è l’appoggio di altri ospedali della Asl: a Grosseto dovrebbero essere 15 i malati trasferiti nella terapia intensiva del Misericordia, più qualcun altro no-Covid. E anche Siena è un altro potenziale supporto, così come era stata Nottola in autunno.

L’altra risorsa è quella delle trasformazione interna ai reparti: abbiamo svalicato la seconda ondata grazie alla configurazione in rianimazione di sei sale operatorie. Mossa che la Asl non vuole ripetere in questa fase se non di fronte ad una vera escalation: ma che sulla carta è sempre possibile. E che nel caso potrebbe abbattere anche la percentuale di letti Covid rispetto a tutti gli altri.

Non ci sono invece emergenze sull’altra media che pesa sui calcoli nazionali: il rapporto tra i posti Covid e gli altri nel complesso dell’ospedale. Un ospedale che viaggia intorno ai 404 posti, dei quali 134 Covid. Quindi siamo poco sopra il 30%, in una fascia non perfettamente nei binari ma comunque tranquilla.

E’ l’altro il dato che sfonda tutti i parametri, il rapporto all’interno della rianimazione. Siamo ben oltre la media nazionale (ieri al 40%) e Toscana, pur alta, che si attesta intorno al 44%. E non siamo lontani dalle regioni del grande nord: la Lombardia è al 61%, il Piemonte al 58% come noi , la provincia di Treno al 59%. Purtroppo paghiamo non solo la virulenza del virus ma anche il ritardo nel completamento della terza ala di terapia intensiva. Ai nove posti inaugurati prima di Natale dovevano entro marzo aggiungersene altri nove: ma qui siamo ancora indietro, anche per il mancato arrivo dei finanziamenti nazionali, nella migliore delle ipotesi li avremo a luglio. A quel punto la nostra rianimazione avrà 30 posti fissi. E sapremo dietro quella porta di essere un po’ più al sicuro.