Graziano dopo la sentenza
Graziano dopo la sentenza

Arezzo, 13 marzo 2018 - L’ha strozzata, l’ha strangolata a mani nude. Ecco lo scenario che la corte d’assise d’appello affaccia per la morte di Guerrina di Piscaglia, la casalinga di Ca’ Raffaello, scomparsa, come inghiottita da un buco nero, il primo maggio 2014, e per il suo presunto assassino, condannato dalla sentenza di secondo grado a 25 anni. Due in meno del verdetto di primo grado.

Un’ipotesi al tempo stesso agghiacciante e nuova, perché la corte d’assise di Arezzo, nel primo processo, aveva sì riconosciuto il frate congolese, viceparroco all’epoca del paese-enclave aretina in terra di Rimini, come il colpevole del delitto, ma non si era spinta fino ad azzardare la modalità dell’omicidio. I giudici d’appello, nelle 70 pagine di motivazione del verdetto, sembrano fare un passo in più, accogliendo almeno in parte quanto suggerito da qualcuno degli avvocati di parte civile, una delle quali, Chiara Rinaldi, si era spinta, sia in primo grado che in appello, a dire che il sacerdote aveva ucciso con le stesse mani con le quali poco dopo aveva consacrato l’ostia.

Padre Graziano, infatti, come ricorderà chi ha seguito il caso, intricatissimo, nel pomeriggio di quel primo maggio aveva celebrato una messa di funerale a Sestino. Il resto del quadro indiziario (prove vere e proprie non ce ne sono, nemmeno che Guerrina, sparita senza lasciare tracce, sia morta, anche se tutto lo lascia presumere a distanza di quasi quattro anni) è quello delineato dal Pm Marco Dioni, grande accusatore sia davanti alla corte d’assise di Arezzo che, in compartecipazione con il sostituto procuratore generale Luciana Piras, in appello, ha delineato nei due processi: il sms inviato quello stesso pomeriggio, per uno sbaglio di persona, a un prete nigeriano, come la firma sul delitto, e la figura di Zio Francesco, che compare sulla scena solo dopo che il frate è stato indagato, come la controfirma.

Senza dimenticarela la mole immensa dei contatti telefonici fra Padre Graziano e Guerrina e la questione delle celle telefoniche: il cellulare di lei che dopo la scomparsa aggancia sempre quella del telefonino di lui, quasi a dimostrare che è il sacerdote ad esserne in possesso.

Adesso a Padre Graziano resta solo la via d’uscita della cassazione, cui sicuramente ricorreranno i suoi avvocati, a cominciare da Riziero Angeletti. All’uscita dal processo d’appello il frate aveva parlato di sentenza “razzista”: mi hanno condannato perchè sono nero.