Albano Bragagni
Albano Bragagni

arezzo, 25 marzo 2020 - Sono almeno 70 mila gli aretini che da stasera a mezzanotte resteranno a casa per la chiusura delle fabbriche non essenziali. Ma è ancora battaglia per capire chi sia strategico e chi no. Gli imprenditori premono per allargare il recinto quanto possibile, i sindacati dicono no, vogiono ridurre l’elenco al minimo, spinti anche dalla base operaia contagiata ancor prima che dal virus dalla paura di essere infettata nelle linee di produzione degli stabilimenti.

Non siamo ancora agli scioperi spontanei del nord, dove i lavoratori disertano le catene di montaggio con lo slogan «non siamo carne da macello,ma c’è comunque tensione, tensione anche forte. I 70 mila di cui si diceva sopra sono grossomodo il 50 per cento degli occupati in provincia, ma la percentuale sale di molto fra i 42 mila del settore manifatturiero, il più toccato dal decreto del governo sullo stop generalizzato all’industria.

Di loro, stime informali dicono che resteranno al lavoro fra il 20 e il 30 per cento, quindi fra gli 8 mila e i 12 mila. E’ già ferma quasi totalmente l’edilizia, con i suoi 11 mila addetti, così come sono a casa 15 mila addetti del commercio all’ingrosso o al dettaglio (al lavoro i 4 mila della grande distribuzione), 9 mila dipendenti di alberghi e soprattutto ristorazione, altri 6-7 mila lavoratori dei servizi più vari, dalle agenzie di viaggio ai noleggi, molti dei quali già fermi dal primo giro di gite del premier Conte sui negozi.

Continuano invece, molto spesso in telelavoro da casa, 20 mila occupati delle pubbliche amministrazioni, statali, regionali, comunali, l’intero mondo della scuola, che va avanti con le lezioni on line, i 3 mila dipendenti dei settori assicurativo e finanzario (ma i bancari delle filiali e i sindacati delle poste mugugnano e reclamano più chiusure per avere più sicurezza), gli altrettanti occupati dei trasporti, settore che rientra nella deroga.

Il vero problema di queste ore sono le situazioni limite, quelle delle grandi fabbriche che credono di rientrare nei codici ateco autorizzati dal decreto o nelle filiere comunque essenziali. In prima fila c’è la questione Abb-Fimer, i due marchi eredi della ex Power One a Terranuova, oltre 500 dipendenti.

La proprietà per entrambe ritiene di avere i titoli per proseguire la produzione, i sindacati contestano, così come contestano alla Duferdofin di San Giovanni e alla Tca di Castelluccio (Capolona), il terzo gigante della raffinazione d’oro, convinto che il recupero degli scarti rientri anch’esso nella lavorazione dei rifiuti che consente di non spegnere i macchinari alla Chimet e, molto probabilmente, alla Safimet.

Deciso a non fermarsi Albano Bragagni con la sua Tratos Cavi di Pieve Santo Stefano, che spiega di avere commesse impellenti e pressioni per lavorare da Enel e Tim, clienti dei cavi che escono dalla fabbrica. «Abbiamo tutti paura - spiega Bragagni - ma io voglio salvare la pelle e anche l’azienda». La decisione ultima sul bloccare chi va avanti, se non rientra nei criteri della deroga, spetta alla prefettura ed è lì che si concentrano le pressioni.

Ci sarebbero ancora tantissime situazioni sulle quali prendere una decisione definitiva. I sindacati, che viaggiano in coordinamento fra Cgil, Cisl e Uil, così come le sigle di categoria dei metalmeccanici, sono in agitazione. Alessandro Mugnai, segretario della Camera del lavoro, ha già scritto al prefetto.

Si arriverà allo sciopero come al nord? I protagonisti sono prudenti, il timore è quello del momento drammatico e anche del possibile fallimento di un’astensione in alcune aziende a conduzione familiare e poco sindacalizzate. A sciogliere il nodo potrebbe essere lo sciopero nazionale, se fosse indetto da Roma.

Intanto,continua l’ondata della cassa integrazione nelle piccole e medie imprese (il 99 per cento delle 45 mila aziende totali). Solo ieri a Cna sono stati firmati 78 accordi per 207 dipendenti. Ma la marea è attesa da domani in poi, dopo che il decreto chiudi-Italia sarà entrato in vigore a mezzanotte.