REDAZIONE AREZZO

Inchiesta choc sull’oro: "Al lavoro 7 giorni su 7 con stipendi da fame"

Il viaggio delle telecamere di La 7 nel polo aretino tra minacce e vessazioni. C’è chi paga farsi regolarizzare e chi restituisce una parte della retribuzione.

Due fermo-immagine dell’inchiesta di La 7 sullo sfruttamento degli operai

Due fermo-immagine dell’inchiesta di La 7 sullo sfruttamento degli operai

di Gaia Papi

AREZZO

"Un far west del lavoro, senza più diritti né regole". E’ la fotografia che il programma de La7, "L’aria che tira" ha fatto del distretto orafo aretino nella puntata di giovedì. Operai stranieri costretti a lavorare sette giorni su sette, 14 ore al giorno. Qualcuno racconta di essere stato obbligato a pagare fino a 4.600 mila euro per farsi regolarizzare, dietro minacce e vessazioni. Altri di dover ogni mese consegnare al capo 400 euro dalla propria busta paga. Uno sfruttamento che da tempo avrebbe preso piede in una parte del settore orafo, quella che opera in conto terzi.

Sono le 23 quando la troupe de La7 arriva nella zona industriale aretina, in alcune aziende le luci sono ancora accese, pur tentando di nasconderlo con dei cartoni alle finestre. Lì si continua a lavorare. Orari massacranti di cui parlano gli stranieri intervistati. La giornalista li trova alcuni sdraiati negli spazi verdi intorno alla città, "I lavoratori in nero si trovano con un semplice passa parola" spiega. Poi le telecamere entrano in un’azienda di preziosi in cui "nel giorno di festa gli operai sono costretti a tagliare la carne per il capo seduti sul pavimento, lo stesso in cui alcuni di loro dormono la notte". Una situazione al limite, che ha dell’incredibile; immagini che sembrano arrivare da un mondo lontanissimo. In un’altra azienda la giornalista fingendosi imprenditrice, entra chiedendo un lavoro che costerebbe almeno un euro a pezzo, qui a 15 centesimi sono in grado di darne tre. "Anche se i padroni sono del sud est asiatico chi ci guadagna sono gli italiani. A beneficiarne, ripercorrendo tutta la filiera, sarebbero pure aziende aretine e grandi marchi della moda" insiste la giornalista. "Un sistema di scatole cinesi" come spiega Davide Faltoni, l’avvocato di questi lavoratori che fanno il nome di alcuni tra i più importanti brand italiani. "A loro non importa come è stato fatto il prodotto".

Le immagini si spostano dalle aziende alle abitazioni degli operai in cui famiglie vivono ammassate, in condizioni fatiscenti. Una situazione drammatica che si è insinuata all’interno di una parte del settore orafo, quella che opera in conto terzi. E’ intorno agli anni duemila che molte aziende hanno esteso la produzione a nuovi settori, ed esternalizzato parte della propria produzione dove il costo del lavoro è più basso. Il lavoro è stato spostato non solo in paesi come il Bangladesh, il Vietnam o la Cina, ma anche in altre province italiane. Ad Arezzo, negli ultimi anni, si è sviluppata una rete sempre più fitta di piccole aziende che lavorano in conto terzi, cioè che producono per altri. E’ in alcune di queste realtà che sarebbe entrato il marcio.

L’inchiesta va avanti, e si addentra in un altro frangente, quello delle donne operaie costrette a lavorare in casa perché non ammesse all’interno delle aziende orafe. Le immagini e le parole di chi gestisce il giro di affari testimoniano un sistema ben collaudato, "Posso trovare altre donne, d’altronde sono 29 anni che faccio questo" racconta lo straniero intercettato. Gli viene chiesto se è possibile in tempi stretti montare, a nero, 100 braccialetti, "Mia moglie e mia figlia in casa possono lavorare anche tutta la notte. In un giorno ti consegno il lavoro".