IN PRIMA LINEA Marco Becattini psicologo del Serd

Arezzo, 9 novembre 2018 - A 13 anni già fumano cannabis. Sono sempre più i giovanissimi a rivolgersi ai servizi del Serd per combattere le dipendenze. A renderlo noto è il dottor Marco Becattini. Si parla di ragazzini, quattordici-quindicenni, che hanno problemi con la cannabis o con l’alcol e per questo si rivolgono a un esperto, la stragrande maggioranza delle volte perché sollecitati dalla famiglia o dai servizi sociali. Anche se il dato fa impressione, secondo Beccattini non è una situazione completamente negativa: «È capitato spesso che siano arrivati da noi ragazzi ormai diciottenni che ci hanno raccontato di far uso di determinate sostanze già da quattro o cinque anni. Il fatto di lavorare prima sulle dipendenze, quindi, a suo modo è una fortuna».

Detto già dell'alcol, «sicuramente l’esperienza di sballo più diffusa» spiega Becattini, anche i cannabinoidi trovano largo uso tra la popolazione giovanile: «I ragazzi hanno un rapporto con queste sostanze simile a quell che possono avere i loro genitori con l’alcol. Non sono percepite come pericolose, si ha la sensazione che non sia una droga e che, tutto sommato, sia compatibile con lo sport o lo studio. Anzi, alcuni ragazzi sono coinvinti che aiuti a dormire meglio, o a pensare meglio e che sia di aiuto nelle performance che richiedono attività fisica. La confidenza con la canapa è estrema». E poi c’è internet: «Generalmente, la dipendenza da internet viene riconosciuta prima, perché anche nelle situazioni familiari più complesse, un ragazzo sempre incollato a un pc o a un telefono non passa inosservato. Diverso, invece, il caso in cui il ragazzo rimanga sveglio la notte per giocare on line, qui è difficile farci caso». Già, perché la piaga che affligge giovani e giovanissimi è anche quella del gioco d’azzardo.

On line si può fare praticamente di tutto, dall’essere protagonisti di un videogioco allo scommettere: «Ci sono ragazzi che hanno già addosso debiti di gioco in questo modo», conferma Becattini. Non stiamo parlando necessariamente di ragazzini provenienti da famiglie problematiche: si beve, si fuma o si gioca da soli o in compagnia, per noia, per far parte del gruppo o per distinguersi dal gruppo: «Le storie che ascoltiamo sono quelle di ragazzi sensibilissimi, molto ricchi di valori ma che non hanno la minima familiarizzazione con il concetto di limite: tutto ciò che si può fare, si fa. Poi c’è il tema della frustrazione, se non ce la faccio sono un fallito, mi vergogno e non posso essere sconfitto. Il gruppo, inoltre, è molto meno solidale di prima». Esistono anche delle attività cosiddette protettive: lo sport, la socializzazione, un’alimentazione sana. Poi c’è l’agente più potente: il dialogo. Fatto di comprensione, in grado di aiutare in quel cammino lungo, ma necessario, che è l’accettazione di sé.