Un'immagine dall'ospedale covid di Pesaro (fotoPrint)
Un'immagine dall'ospedale covid di Pesaro (fotoPrint)

Arezzo, 27 ottobre 2020 - Massimo aveva cominciato a suonare il clarinetto nella banda del paese, a Subbiano. Lo stesso paese che ora piange con lui la morte dei suoi genitori. Morte di Covid, di quelle che ti spiazzano e ti tolgono il fiato anche nella normalità. Ma che diventano strazianti quando in 24 ore ti portino via in un colpo solo il babbo e la mamma. Una vita insieme, una morte parallela.

Il contagio che prima colpisce lui e poi passa fatalmente a lei. Quasi impossibile capire da dove fosse partito, risalire l’origine di un’infezione che in questi giorni perfino gli esperti dell’ufficio di igiene, travolti dal numero dei casi, a volte faticano a ricostruire. Di fatto la malattia mai come stavolta non ha lasciato scampo. Lui si chiamava Ascanio Giuntini, conosciutissimo in quello scorcio di Casentino a ridosso di Arezzo, anche ben oltre la popolarità del figlio. Il figlio Massimo, il re della cornamusa e insieme uno dei più grandi musicisti aretini.

Di quelli che firmano i pezzi con i grandi gruppi, per anni è durata la sua collaborazione con i Monica City Ramblers, ma al tempo stesso mantengono una straordinaria generosità verso la propria terra. Protagonista di mille concerti all’Aurora, spalla forte delle proposte musicali di Silvio Trotta, l’anima di una realtà musicale che da anni attraversa la città e la provincia.

Collaborando a mille progetti, ma anche proseguendo una sua coerente e coraggiosa carriera da solista. Con i genitori primi fans, da sempre e nel tempo. Ascanio si ammala, a 90 anni le sue condizioni,già minate da altre patologie, peggiorano rapidamente fino ad arrivare al ricovero in ospedale, a pneumologia. Ventiquattro ore dopo risulta positiva anche la moglie, Adria Soldini.

Sì, proprio i Soldini che da una traiettoria diversa da quella musicale hanno fatto le fortune dell’aretino e di quello scorcio di Casentino. Una bella storia produttiva, Adria era la cugina di Rossano. Più giovane del marito, aveva 78 anni e il fisico più integro: ma il destino aveva evidentemente deciso di unirli nella morte dopo averli uniti nella vita. Anche lei ricoverata nell’area Covid, a 24 ore dal marito, e sul filo delle stesse 24 ore l’esito finale, tragico.

Una malattia che in famiglia non si ferma davanti a nessuno: oltre ai genitori è positivo anche uno dei tre figli. Un incubo, che dalla dimensione familiare si allarga a quella sociale. Di un paese in lutto e insieme di una comunità impaurita dall’escalation dei contagi. Come gli esperti avevano previsto il rialzo estivo prima o poi avrebbe portato pesanti conseguenze anche alle persone più fragili, quelle esposti in prima battuta davanti alla malattia.

L’età media si è progressivamente rialzata, anche se per ora resta più bassa di quella primaverile. Ma le rianimazioni, a cominciare dalla nostra, si sono tornate a riempire di anziani, che soffrono i problemi respiratori che questo virus porta con sè. E hanno cominciato a risalire le vittime, sfiorando ormai quota 60 in provincia, dopo che per tutta l’estate ci eravamo assestati poco sopra cinquanta.

Tra quei cinquanta non figura l’altra coppia la cui vita era stata spezzata proprio in primavera dal Covid: una maestra e il marito, lei impegnatissima nel sociale, lui uno dei punti di riferimento del calcio locale. Entrambi di San Giovanni, anche se vivevano nel fiorentino, a pochi chilometri dalla città, anche se la morte alla fine li aveva sorpresi entrambi nell’ospedale di Prato.

Dove forse senza saperlo erano quasi fianco a fianco: proprio come la coppia ora travolta al San Donato. Insieme ma senza potersi salutare nè poter salutare i propri cari, nel silenzio impressionante, innaturale di questa malattia.