"Chiudo il banco, non ce la faccio più". Rincari e concorrenza, l’ambulante dice basta

Quindici imprese del settore spariranno. I numeri della crisi

Un mercato rionale (foto di repertorio)
Un mercato rionale (foto di repertorio)

Arezzo, 4 gennaio 2024 – “È l’ultimo mercatino, per me. Chiudo il banco, così non si può più andare avanti". Ha tentato, Fabrizio Daniello e si è dato un anno di tempo dopo la tempesta Covid che ha messo in ginocchio il commercio e in particolare quello ambulante. Ma ora è costretto a fermarsi per ricominciare da zero. Non molla, ma deve reinventarsi e trovare un altro lavoro. Uno spartiacque netto e doloroso per tanti commercianti tra il prima e il dopo Covid.

E per lui, abituato ad aprire il suo banco di biancheria intima ogni mattina da 35 anni, in tutti i mercati intorno alla città e il sabato al Giotto, è un boccone molto amaro da mandare giù. "Se devo prendere un finanziamento per tentare di sopravvivere, meglio chiudere adesso. Mi dispiace molto, ma non posso fare altrimenti. Ho la responsabilità di una famiglia, e per fortuna mia moglie un lavoro ce l’ha", sospira mentre due signore sono incerte tra un pile colorato e un pigiama.

"Non è andata benissimo, come invece accaduto in passato, nemmeno in questo periodo dei mercatini. Il 22 e il 24, solitamente giorni frenetici per gli ultimi regali, qui in Piazza Risorgimento non si è visto movimento". Il problema che tocca Fabrizio e tanti ambulanti, specialmente quelli del settore tessile e abbigliamento, è l’intreccio micidiale di concause: "Con il Covid le persone si sono abituate a comprare on line e non escono di casa per fare acquisti. A questo si aggiungono i rincari. Ogni mattina fare 50-100 chilometri con il furgone per andare a fare un mercato vuol dire un pieno di carburante al furgone. E se hai pochi clienti, finisci la giornata in perdita, senza guadagno. Ho provato a resistere un anno ma adesso ho deciso di chiudere". È uno dei quindici commercianti ambulanti aretini che, secondo le stime Confesercenti, tra la fine del 2023 e i primi mesi dell’anno, cesseranno l’attività. Una scia di chiusure che si allunga.

In piazza San Jacopo, Simone Poggianti vende dolciumi. "Avevo sei anni quando mi sono affacciato al banco dei miei genitori, sono cresciuto tra brigidini e croccante. Poi nel 2003 sono entrato definitivamente nell’impresa di famiglia aperta dal 1989". Non vive sul filo di lana, come Fabrizio, e tuttavia lamenta le difficoltà di una categoria di piccoli imprenditori che ancora fanno fatica a rialzarsi dalla botta Covid. "Noi facciamo fiere e feste paesane, ogni anno siamo al Duomo per la Madonna del Conforto. Non ci possiamo lamentare ma ogni giorno facciamo i conti con l’aumento dei costi: per muoversi con il nostro auto-negozio se ne vanno subito 70-80 euro di carburante, costo che poi dobbiamo ammortizzare con le vendite".

Analisi che Poggianti delinea anche nel ruolo di consigliere Fiva Confcommercio, allargando l’orizzonte all’osservatorio dell’associazione di categoria. Al mercatino di Natale, lui ha messo a segno buoni affari "anche perchè ci diamo da fare, puntando sui prodotti artigianali che facciamo noi: dal croccante ai brigidini. Eppoi cerchiamo di an dare incontro alle esigenze della clientela, con sconti o cadeaux delle nostre specialità".

Il suo motto è solido come roccia: "Meglio guadagnare meno ma mantenere il lavoro". Dal 18 novembre in piazza San Jacopo, si avvia al gran finale di domenica con un bilancio positivo: "Siamo super contenti per la nostra attività, ma lo dico anche da cittadino: vedere così tante persone ad Arezzo fa piacere perchè poi torneranno. È un circuito virtuoso che porta beneficio alla comunità".