Cadute e risalite di un capitano d’azienda. Bernini e quel dolore che ci rende più forti

Un libro racconta le delicate vicende familiari del fondatore di Zucchetti Centro Sistemi: "Ho vinto i fantasmi che mi tormentano il cuore"

Cadute e risalite di un capitano d’azienda. Bernini e quel dolore che ci rende più forti

Cadute e risalite di un capitano d’azienda. Bernini e quel dolore che ci rende più forti

Boni

Accadde un giorno di aprile della scorsa primavera. Il ricordo è lì, immobile, non se ne andrà. Camminavo lungo un marciapiede, c’era un sole tenue e profumo di tigli e di fiori qualunque. Mi squillò il telefono, era Fabrizio Bernini. Distratto e stupito risposi. "Ciao , ho letto le storie che scrivi. Mi sono ritrovato in alcuni passaggi, in alcune persone. Ho una storia dentro che sento la necessità di raccontare, l’ho promesso a mia madre prima che morisse, quasi dieci anni fa. Vorrei raccontare la storia dei miei genitori e quella della mia vita. Credo sia interessante e sia chiaro. Non ho nessuna intenzione di narrare dei miei successi, non me ne frega niente e non ne ho bisogno, ma al contrario voglio che si conoscano i miei dolori più profondi, le cadute e i fallimenti che ho attraversato. Sono molti e ignoti. Voglio che i giovani sappiano che la sofferenza, la povertà e il dolore, possono renderci più grandi, più maturi e più forti. E che mai, per nessuna ragione al mondo, si deve rinunciare ai propri sogni. Se puoi e se vuoi, vediamoci".

Restai molto colpito. Conosco Fabrizio da almeno vent’anni e ignoravo il suo passato. Lo avevo sempre conosciuto come il fondatore della Zucchetti Centro Sistemi, quasi 700 dipendenti e centinaia di milioni di fatturato, per i suoi successi nel campo delle tecnologie, per la sua visione brillante e innovativa del futuro, per essere un imprenditore sensibile che offre e garantisce lavoro e benessere a migliaia di persone direttamente e attraverso l’indotto, un imprenditore che con i suoi sacrifici e i suoi rischi offre una prospettiva e un futuro a un territorio e alla sua gente. Umile, sorridente, generoso, ottimista, pieno di voglia di guardare al domani, ricco di saggezza e speranza. Ignoravo gli spettri che gli abitavano il cuore. Non conoscevo i dolori, i fantasmi e le pozze d’acqua sporca che da qualche parte, gli erano rimasti dentro e venivano da lontano. Andai da lui dopo pochi giorni, una mattina poco prima delle sette. Perché lui in azienda arriva per primo e a quell’ora era fresco per sedersi, respirare, ricordare e raccontare.

La prima volta che ci sedemmo a un tavolo, quel giorno, per iniziare il viaggio di questo libro, di "Qualsiasi cosa accada" (Aska Edizioni), in uscita il 15 dicembre nelle librerie, lui ricordava, parlava e piangeva. Io invece tacevo, colpito e scrivevo, ma mentre lo facevo, a testa bassa, su quella scrivania di legno chiaro, non potevo non tremare e trattenere le lacrime. Ero incredulo. Eppure, era tutto vero. La storia di Fabrizio era incredibile. Perché Fabrizio è nato tra gli ultimi e degli occhi degli ultimi gli è rimasta ancora, viva e profonda, la luce nell’anima. Fabrizio è un mite perché ha conosciuto il dolore e la sofferenza fin da bambino, Fabrizio è un generoso perché ha provato sulla pelle quanto gli è costato rialzarsi dopo le cadute e a trasformare le cicatrici in opportunità. E ha imparato la cosa più difficile: andare via senza voltarsi mai indietro e senza provare rancore per nessuno, ma trasformando la sofferenza in coraggio e speranza.

Sua madre, Ada, era una trovatella, abbandonata all’Istituto degli Innocenti di Firenze a inizio secolo e poi adottata prima da una famiglia di contadini di Solata e infine da un eremita nei boschi di castagni di Rapale. Suo padre, Alvaro, a causa di ferite mai curate, cadde nel tunnel dell’alcol trascinando tutta la famiglia, compreso lui, bambino, in un tunnel di sofferenze. C’è stato un tempo in cui Fabrizio si trovò di fronte a un bivio: divenire uno dei tanti sbandati di turno, scegliendo tra la droga e la solitudine, oppure faticare e credere nella forza dei suoi sogni, trasformando la sua passione per la tecnologia in un lavoro. Erano due sentieri. Il primo apparentemente grande, in discesa e al sole. Il secondo era buio, irto e pieno di rovi. Imboccò il secondo. Ed era lì, tra quei rovi, che si nascondeva la luce. Ma la sua vita da imprenditore non è stata sempre in discesa. Incredibile il groviglio di problemi e i giochi di ombre in cui ha dovuto orientarsi, cadere e poi rialzarsi, sempre. Dai soci alcolizzati a quelli morti all’improvviso, dalle cause milionarie con multinazionali fino all’orlo del fallimento.

Poi, il successo. Sempre perché i sogni non si abbandonano mai per nessuna ragione al mondo. Ecco dove affondano le ragioni del libro dalla prima all’ultima pagina, dove come in un testamento, alla fine torna infinito l’amore e la riconoscenza verso i genitori scomparsi, la promessa compiuta. "Lo sento. Con questo viaggio ho vinto i fantasmi che mi tormentavano il cuore. Ho filtrato l’amore che fu inquinato dai dolori terreni. Guardo il cielo. Uno stormo di rondini trasmigra verso terre lontane. Io li sento vivere in me, i miei genitori, sento i loro baci di giovani sposi, sento che nella loro povertà, l’idea di futuro che coltivavano dentro era entusiasmante, il loro potere di corpi innamorati fa ancora parte di me, è in me, non mi abbandonerà mai in questa danza sacra che è la vita. Se allungo le mani, tocco la loro luce". Questo è un libro che parla soprattutto d’amore.

Già. L’amore. Nessuno sa cos’è l’amore. Eppure, misteriosamente, nessuno di noi può farne a meno. Perché solo l’amore offre a chiunque l’opportunità di risorgere. Così, da quel giorno di aprile che l’aria profumava profumava di fiori di tiglio, io non sono più lo stesso. E forse neppure lui. Qualsiasi cosa accada.