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13 mag 2022

Banca Etruria, senza dissesto non c’era reato L’ultimo giorno delle difese, a giugno il verdetto

L’avvocato Traversi, difensore anche di Grazzini fa il parallelo con la vicenda Mps che fu ’salvata’ dallo Stato

"Banca Etruria non era in dissesto quando tra il 2013 e il 2014 vennero affidate le consulenze’ contestate dall’accusa. Tanto che ’solo a fine del 2015 Banca d’Italia dispose l’amministrazione straordinaria" dell’istituto. È la tesi sostenuta dall’avvocato Gaetano Viciconte, difensore di Luciano Nataloni ( commercialista fiorentino presente in aula), uno dei 14 imputati per le cosidette consulenze d’oro di Bpel, 4,3 milioni di incarichi secondo la procura inutili e ridondanti. Le arringhe di ieri mattina sono l’ultima tappa del processo prima del verdetto che arriverà il prossimo 15 giugno davanti al tribunale monocratico Ada Grignani (nella foto).

Il penalista ha infatti sottolineato come manchi del tutto il presupposto per le contestazioni in capo ai componenti del Cda finito sotto processo. E questo si aggiunge all’altro tema caro alle difese: ovvero che le consulenze, in quel momento di crisi ma non di dissesto dichiarato, erano necessarie proprio per portare avanti il progetto di Bankitalia con un partner di elevato standing.

Viciconte ha ricordato inoltre che a febbraio 2015 vennero inviati i commissari per proseguire l’attività anziché disporne la liquidazione coatta".

Prima di lui l’avvocato Alessandro Traversi difensore di Alessandro Benocci, Alessandro Liberatori, Giovanni Grazzini e Luigi Nannipieri aveva evidenziato il parallelo con Mps protetta dalla politica e ’salvata’ dallo Stato quando invece Etruria fu lasciata al suo destino, nonostante la presenza di Boschi e i legami con Renzi.

Mercoledì invece era stato l’avvocato Gildo Ursini, difensore di Pierluigi, ultimo vicepresidente di Banca Etruria aveva sostenuto che ’non è vero’ che le consulenze erano inutili o peggio ancora ripetitive: la banca, nel tentativo di arrivare alla fusione imposta da Bankitalia, scelse i migliori che c’erano in Italia, da Mediobanca allo studio legale Grande Stevens di Torino, legatissimo alla famiglia Agnelli, da quello romano di Zoppini a Kpmg. Si fece, dice nell’arringa il difensore, quello che si fa prima di un’operazione salvavita: si sentono i migliori chirurghi sulla piazza e Bpel era davvero con l’acqua alla gola.

Per i quattordici accusati il pm Masiello ha sollecitato condanne fra otto mesi e un anno di reclusione, graduate a seconda dei capi d’accusa contestati. Chi se li vede appioppare tutti e cinque (non solo Boschi, ma anche Nataloni, Luigi Nannipieri e Claudia Bugno, già consulente dell’allora ministro dell’economia Tria, membri dell’ultimo Cda di Bpel, quello che fu commissariato l’11 febbraio 2014) incassa le proposte di pena ad un anno per gli altri le richieste erano state minori. Ma non conta tanto la pena in sè, quanto il principio degli incarichi assegnati.

Eri.P.

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