Viareggio, 20 aprile 2017  -  RICORSI non inammissibili, ma respinti. Con queste poche parole la Cassazione ha scritto ieri sera, attorno alle 22, la parola fine su una delle vicende più lugubri e dolorose del recente passato in Toscana, quello delle donne scomparse a Viareggio.

Madre e figlia che vivevano segregate in due roulotte e che poi – secondo la ricostruzione dell’accusa – morirono di stenti e furono fatte sparire. Dopo il terzo grado di giudizio vengono dunque scolpiti nella pietra della giustizia i complessivi 38 anni di carcere inflitti in primo grado (poi confermati in Appello) ai danni di Massimo Remorini, sessantenne commerciante viareggino, considerato fin dall’inizio il principale indiziato dagli investigatori. E’ stato riconosciuto colpevole di vari reati, dall’omicidio colposo alla truffa alla soppressione di cadavere. Confermati anche i 16 anni di carcere nei confronti di Maria Casentini, badante delle donne e complice, secondo l’impalcatura dell’accusa, di Remorini.

ERA L’ESTATE del 2010 quando si consumò il dramma di Velia Carmazzi, 59 anni e di sua madre Maddalena Semeraro di 80 anni. Fu il figlio di Velia, David Paolini a far scoppiare il caso denunciando ai carabinieri e alla stampa che da giorni non aveva più notizie di loro. Massimo Remorini, l’uomo che, a suo dire, si prendeva cura delle due donne e che David Paolini chiamava ‘zio’, ha ripetuto a lungo agli investigatori che le due donne si erano allontanate da sole, autonomamente. Una versione, la sua, alla quale gli inquirenti non hanno mai creduto. Il ‘campo degli orrori’ – così come venne ribattezzato quando fu scoperto in quali condizioni vivevano segregate le due donne all’interno di due roulotte – fu messo sottosopra. Senza però trovare alcuna traccia. Il muro del silenzio fu rotto da Francesco Tureddi che disse agli inquirenti come aveva aiutato Remorini a far scamparire i cadaveri delle due donne. E per Remorini quella testimonianza chiave fu l’inizio della fine. Paolo Di Grazia