Firenze, 28 luglio 2017 - IL LEGIONARIO e il medico. La svolta della nuova inchiesta sui delitti del mostro di Firenze ruota attorno a questi due nomi. Entrambi sono formalmente iscritti sul registro degli indagati per la lunga scia di sangue e terrore che ha macchiato, dal 1968 al 1985, le colline intorno al capoluogo toscano. Ma la cautela, trentadue anni dopo gli ultimi colpi assassini sparati contro le coppiette, è d’obbligo. È Giampiero Vigilanti, nei suoi interrogatori fiume, a tirare in ballo il «suo» dottore, Francesco Caccamo.

IL DOTTORE oggi ha 87 anni. Vive a Dicomano, in Mugello, ma ha lavorato anche in un ambulatorio a Prato. Non a caso, era il medico curante dell’ex combattente della Legione straniera. Sarebbe, secondo il teorema Vigilanti, un anello del cosiddetto «secondo livello», ovvero i mandanti che avrebbero commissionato gli omicidi delle coppiette. Ma la perquisizione a casa sua non avrebbe tuttavia offerto elementi a supporto di questa tesi. Gli inquirenti continuano però a ritenerlo un nome che necessita molti approfondimenti. Il tempo che è passato, d’altronde, è un alleato di chi, in questi lunghi anni, è rimasto nell’ombra. La pista dei mandanti era già stata battuta dalla procura fiorentina, ma si è arenata davanti al proscioglimento, al processo in abbreviato, del farmacista di San Casciano Francesco Calamandrei. Adesso, con la nuova inchiesta, tutto torna in discussione. Anche gli scopi dei delitti, tutti collocati nel periodo in cui l’Italia era stretta nella morsa della strategia della tensione.

MA LE DICHIARAZIONI di Vigilanti sono attendibili? È la domanda con cui è iniziata l’indagine, nel lontano 2013. Di mitomani, depistatori, personaggi in cerca di notorietà, la storia della caccia alla verità sul mostro di Firenze è piena. Ma le deposizioni di Vigilanti, seppur nell’eccentricità del personaggio e nella particolarità del suo vissuto, non si sono fermate. Segno che la figura di Vigilanti è interessante, al di là di quelle due perquisizioni con cui di fatto venne sfiorato dalla procura. Ai ricordi dell’ex legionario sono stati cercati riscontri, laddove era possibile, visto che quasi tutti i protagonisti di questo intrigo (Pietro Pacciani, ma anche i «compagni di merende» Mario Vanni e Giancarlo Lotti), non ci sono più.

E QUALCOSA è stato trovato, tanto da spingere i carabinieri del Ros a scavare ancora. I pubblici ministeri Paolo Canessa e Luca Turco hanno lavorato a lungo, in silenzio, sotto traccia. In quel limbo tra l’ennesima pista da buttare e qualcosa di nuovo, forse di decisivo. Rimettendo in discussione anche il lavoro svolto in questi anni. Un po’ come quando dall’idea «americana» del killer solitario e deviato sessualmente, vennero rilette le carte seguendo l’impostazione del «gruppo».

E ANCHE secondo i racconti di Vigilanti – che in alcuni frangenti farebbe dichiarazioni contro se stesso, ma non è chiaro riguardo a cosa – i delitti delle coppiette sarebbero stati compiuti da più persone. E le vittime non sarebbero state del tutto casuali, ma sarebbero state scelte secondo un’incredibile e talvolta banale logica degli esponenti della banda. L’inchiesta non è ancora chiusa e potrà essere blindata soltanto da due elementi che finora mancano: il primo è la pistola, la Beretta calibro 22 con cui sono stati firmati gli otto duplici omicidi terminati nel 1985, dopo l’uccisione della coppia di francesi che avevano montato la loro tenda nella piazzola degli Scopeti, a San Casciano. L’altro è il dna. Non è un segreto che sia in corso una rivisitazione di tutti i reperti alla luce delle tecniche investigative che allora non c’erano. Proprio riguardo all’ultimo delitto si cercano tracce utilizzabili sulla canadese di Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili. Così, con l’aiuto della scienza, si potrebbero inconfutabilmente collocare sul luogo del delitto i responsabili. Il dna di Pacciani è conservato al sicuro, pronto all’utilizzo.