Arezzo, 6 dicembre 2017 - Stefano Fabbriciani, l’imprenditore che, secondo l’accusa, sarebbe stato vittima di un’induzione alla corruzione dell’ex poliziotto Franco Incitti, già in servizio alla squadra di polizia giudiziaria della procura, cambia ancora le carte in tavola e aggiunge fantasia a fantasia, ma il procuratore capo Roberto Rossi resta più che mai parte offesa nel processo che è entrato nel vivo ieri dinanzi al tribunale di Genova.

Non a caso, il capo dei Pm aretini è il grande protagonista di giornata, atteso dai giornalisti all’entrata e all’uscita del palazzo di giustizia ligure, nel quale testimonia sulla vicenda. Tutti gli chiedono una dichiarazione sul caso Etruria di cui è al centro in questi giorni, ma lui si sfila e non si lascia sfuggire neppure una parola. La storia oggetto del processo è ben nota: Incitti che intavola una trattativa con Fabbriciani, dal quale ottiene un «prestito» di 50 mila euro in contanti, di cui fa intendere che siano destinati ai magistrati.

Ovviamente, i Pm non ne sanno niente e quando lo scoprono avviano una breve indagine che si conclude con la trasmissione delle carte a Genova, procura competente per i reati in cui sono chiamati in causa, anche solo come parte lesa, le toghe toscane. Si arriva così, a cinque anni di distanza dai fatti, che risalgono al periodo di Pasqua 2012, al processo con Incitti e la compagna Marta Massai imputati.

Finora Fabbriciani aveva dichiarato agli atti che i soldi, per quanto gli aveva fatto intendere il poliziotto, erano destinati a Rossi, al procuratore capo Scipio e a un loro misterioso superiore. In aula, invece, ecco la nuova versione, ancor più fantascientifica: Incitti gli disse che l’allora Pm aveva messo nei guai una ragazza e che aveva bisogno di 50 mila euro per tacitarla con un appartamento, il tutto all’insaputa della moglie.

Versione che non sta in piedi per una semplice ragione: Rossi è notoriamente scapolo e nel caso non avrebbe avuto una consorte da cui nascondersi. Infatti, quando gli viene contestato che in precedenza aveva raccontato tutt’altro, si impappina e ammette di aver fatto confusione. Tocca poi al procuratore, che precisa: non sono sposato, non ho figli e ho già una casa di proprietà. Di Incitti spiega che c’era un rapporto di lavoro in procura e che lo frequentava fuori dall’ufficio perchè giocavano insieme al calcio.

Gli chiese di far da garante a un prestito di 10 mila euro ma Rossi gli fece intendere che era inopportuno. Antonello Di Palo, il carabiniere della procura che condusse le prime indagini, racconta dell’improvvisa sparizione alla vigilia di Pasqua, delle ricerche affannose perchè c’era bisogno di lui in ufficio e della scoperta nei giorni successivi che era in fuga galeotta a Istanbul. Con una donna diversa dalla compagna.

Poi saltò fuori Fabbriciani, con la storia del «prestito», subito etichettato dal procuratore capo Carlo Maria Scipio, come lui stesso ha raccontato in aula, quale tentata concussione (poi diventata induzione alla corruzione). Sul banco dei testimoni anche l’avvocato Niki Rappuoli: lui sconsigliò dall’imprenditore di pagare ma in sua presenza nessuno fece mai il nome di magistrati

Salvatore Mannino