Villa Paolina e le sue “croci“. Quelle volte puntellate: "Dimenticate qui dal 2015"

La dimora fatta costruire dalla Bonaparte avrebbe necessità di un intervento di restauro. Da nove anni gli archi sono sorretti da “cristi“ infiocchettati dai cartelloni delle mostre .

È con il naso all’insù che vi si entra, con un occhio attento a non inciampare sui propri piedi, o in quelli della persona di fronte, e uno diffidente ai puntelli e ai mattoncini di legno che, “infiocchettati“ con i cartoni delle mostre in corso, sorreggono i tre archi che segnano l’atrio di ingresso. Rischiando, se già non se ne soffrisse, la perdita di diottrie importanti.

Che fosse la stessa sensazione di Paolina Bonaparte quando progettando la costruzione della sua Villa ne faceva ingresso, o quando, tra cielo e mare, si affacciava dalla finestra di camera? Si spera di no. La riva di quel mare, che la leggenda vuole abbia restituito il corpo di Percy Shelley dopo un naufragio e per cui, sempre la leggenda vuole, la principessa, amante delle sue poesie, abbia deciso di costruire proprio lì la sua residenza, unita alla vicinanza all’uomo amato, si è ritratta, lasciando spazio al cemento e alla piazza dedicata al poeta inglese.

L’edificio originario, che si articolava in tre parti, quello padronale, quello per il personale e i servizi, subì, nella seconda metà dell’800, l’unione delle due ali proposta da Vittorio Papanti che gli conferì l’attuale struttura e che fece realizzare un complessivo decorativo.

La villa, negli anni venti, fu ulteriormente trasformata in una scuola pubblica, per poi essere restaurata nel dopoguerra e riaperta al pubblico ospitando attualmente i musei civici. Le colonne doriche che sostenevano il secondo terrazzo dell’edificio e abbracciavano la porta d’ingresso, invece, ci sono tuttora, offrendo però, adesso, uno sguardo in prospettiva su travi e “cristi“, lì posizionati nel 2015 e, lì ancora sono, senza l’apparente interesse di liberarsene e senza che qualcuno se ne prenda la responsabilità. "Le abbiamo messe in queste posizioni così abbiamo la scusa per aumentare il biglietto" scherza l’addetto alla biglietteria, che accoglie, sorridendo, i visitatori con le teste rivolte verso l’alto. Sempre sorridendo, e con una gentilezza rara da trovare, un po’ come rari sono molti dei reperti custoditi nelle teche di Villa Paolina, dà indicazioni sulle sale e sull’organizzazione delle mostre: a sinistra il Museo archeologico e dell’uomo Alberto Carlo Blanc, lo spazio dedicato alla preistoria, piano del neolitico, mesolitico, dell’età del rame e del bronzo; a destra le scale per il piano superiore, il Museo degli strumenti musicali intitolato a Giovanni Ciuffreda, gli appartamenti di Paolina Bonaparte e le stanze delle mostre temporanee, dedicate al Burlamacco nell’arte e ai 100 anni di Beppe Domenici.

"Sarà un bel viaggio nel tempo. Ma mi raccomando, attenti alla testa" dice, augurando buona visita ai presenti e prendendo in giro, divertito, quelli con lo sguardo ancora sospeso in aria. E che con quello sguardo sospeso superano il primo, e poi il secondo arco, capaci solo allora di tirare un sospiro di sollievo e abbassare gli occhi sulle vetrine dell’archeologia e sulle mattonelle libere dalle teste e dagli zaini dei bambini, soliti sedervisi, allungarvisi e stendervisi durante gli incontri mattutini con le scuole. Solo allora, leggendo le introduzioni alla preistoria, le spiegazioni sulla tecnologia dell’industria litica e osservando immagini, calchi e oggetti vari, possono iniziare, sollevati, la visita. È una passeggiata tra ceneri, pietre, punte di freccia, vasi e ossa di scheletri, alla scoperta delle prime forme di vita umana nella Toscana del nord, da una stanza all’altra del piano terra, in cui non si può non rimanere affascinati dalla bellezza della decorazione pompeiana ancora visibile ma in cui, chi si trova ad essere poco più alto della media, per davvero, è obbligato ad abbassare la testa per non sbattere contro la rifinitura superiore delle porte originarie. E in cui, inevitabile, purtroppo, l’occhio cade sulle crepe che tratteggiano i muri fino al piano superiore, da dove, leggeri, pendono trame di carta rossa e nera, ad anticipare ciò che i locali alti ospitano: Viareggio e la sua maschera più simbolica, Burlamacco, che dai bozzetti e dai disegni preliminari del suo ideatore, Uberto Bonetti, viene omaggiato e interpretato da altrettanti artisti, differenti per linguaggio o stile, chi in stile surrealista e chi in stile rothkiano, ma tutti con il medesimo amore per la città.

Una città che rende onore ad un altro dei suoi artisti, Beppe Domenici, i cui dipinti, sorretti da travi di legno, in questo caso decorative e non di sussistenza all’edificio, occupano e affiancano gli appartamenti, i salotti, le sale dei gioielli principeschi e degli strumenti musicali, di varia provenienza, collezionati da Giovanni Ciuffreda e donati al Comune alla fine degli anni Ottanta. In una convivenza, sotto lo stesso tetto e le stesse "croci", di tempi e storie, diverse ma complementari, che identificano una cultura e una città tutta da preservare.