"Undici anni di vita sospesa", da quando il 29 giugno 2009 il treno partito da Trecate è deragliato alla stazione di Viareggio con il suo mortale carico di Gpl. Un iter giudiziario lungo 7 anni, e oltre 150 udienze per determinare le responsabilità dell’incidente ferroviario che ha ucciso 32 persone, morte nell’esplosione innescata dal gas. E mai un passo indietro: i familiari delle vittime della strage hanno percorso questi undici anni, l’intero iter giudiziario e le udienze in tribunale sempre...

"Undici anni di vita sospesa", da quando il 29 giugno 2009 il treno partito da Trecate è deragliato alla stazione di Viareggio con il suo mortale carico di Gpl. Un iter giudiziario lungo 7 anni, e oltre 150 udienze per determinare le responsabilità dell’incidente ferroviario che ha ucciso 32 persone, morte nell’esplosione innescata dal gas. E mai un passo indietro: i familiari delle vittime della strage hanno percorso questi undici anni, l’intero iter giudiziario e le udienze in tribunale sempre insieme. Sempre presenti nella battaglia per ’verità e giustizia’. Ma la pandemia rischia di tenerli lontano dall’ultimo atto, le restrizioni sugli spostamenti non gli consentono di raggiungere la Corte di Cassazione, a Roma, dove lunedì si aprirà il processo. Così Marco Piagentini, a nome dell’associazione ’Il mondo che Vorrei’, ha scritto una lettera al ministro della giustizia Alfonso Bonafede, al governatore Eugenio Giani, al presidente della Provincia Luca Menesini e al sindaco Giorgio Del Ghingaro affinché venga consentito ai familiari di essere presenti davanti al Palazzaccio o di poter seguire via web quello che verrà discusso in aula. "Undici anni, un dolore che avvolge tutto e tutti. In 11 anni non abbiamo mai potuto ricominciare. Abbiamo dovuto seppellire quelle bare bianche – ha scritto Piagentini, che il 29 giugno ha perso la moglie i figli Luca e Lorenzo –. Poi abbiamo dovuto superare le menomazioni fisiche date dal fuoco, aspettare gli indagati, l’incidente probatorio, l’udienza preliminare, il dibattimento di primo grado, l’appello, e infine la Cassazione. E per cosa? Noi – aggiunge Piagentini – non possiamo mai ricominciare, siamo stati puniti a vita. E’ così che ci sentiamo, è così che abbiamo affrontato ogni volta, con dignità e rispetto, le oltre 150 udienze dei due gradi di giudizio. Ma almeno eravamo presenti. E vorremmo continuare ad esserci con la stessa dignità".

Per questo chiedono alle istituzioni il massimo supporto e "uno sforzo di comprensione, di dignità, di verità e di rispetto verso i propri cittadini. Sappiamo bene – prosegue il presidente del ’Mondo che vorrei’ – quanto questo periodo sia difficile per tutti, ma non impediteci di poter essere presenti davanti alla Corte di Cassazione e di poter seguire via web quello che verrà discusso in quell’aula, non

privateci della dignità di esserci. Vorremmo ricordare che in quell’aula, in quei giorni, tutto sarà detto e tutto esisterà perché 32 persone, 11 anni fa, sono state bruciate vive. E loro non potranno mai più ricominciare".

r.v.