Coronavirus
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Perugia, 25 luglio 2020 - «Abbiamo visto gente morire davanti ai nostri occhi, senza poter far nulla. Mamme, nonni, figli. Il Coronavirus è un nemico spietato. Questi mesi, a lottare al fianco dei pazienti, è stato il periodo più brutto della mia vita". Elena Sabatini lavora in ospedale insieme al marito. Lui è un rianimatore, lei anestesista al Santa Maria della Misericordia. Ma soprattutto, sono genitori di un figlio adolescente, che in questi giorni ha trascorso una vacanza in campeggio a Riccione insieme agli amici. E quando è rientrato a Perugia, il minorenne è stato messo in quarantena dai genitori per una settimana. "Per sicurezza e prevenzione - spiega la donna –. Abbiamo visto i video della comitiva postati sui social: troppa gente nei locali di sera, assembramenti e rischio contagio. Sono preoccupata per la salute dei ragazzi. Non oso immaginare cosa accadrà durante la Settimana Rosa, quando da tutta Italia arriveranno a Riccione, non esattamente con l’intento di stare a debita distanza gli uni dagli altri".

Così la mamma -medico ha scritto al sindaco Renata Tosi, esprimendo le sue perplessità in merito all’evento in programma dal 3 al 9 agosto. "Il giorno dopo mi ha telefonato, abbiamo chiacchierato a lungo - prosegue la perugina -. Il sindaco è responsabile della salute dei suoi cittadini, ma in questo caso, anche della gente di tutta Italia, perché quei ragazzi che parteciperanno agli assembramenti della Settimana Rosa poi torneranno nelle loro città, nei paesi di origine. I giovani, dopo un mese rientreranno a scuola, dove il virus potrà diffondersi senza difficoltà. Per loro natura si sentono immortali, sfidano la sorte, le regole. Noi adulti dovremmo intervenire con norme di buon senso e prudenza".

L’evento agita anche il sindaco di Riccione, che dopo la lettera della perugina ha chiesto una riunione dell’unità di crisi in Prefettura sui protocolli da adottare. "Ma visto il periodo che abbiamo vissuto non si poteva aspettare e rimandare la manifestazione lungo tutta la Riviera all’estate del prossimo anno?", incalza la dottoressa . Lei non dimentica. Non può dimenticare. Mesi e mesi in ospedale, durante il lockdown, tra paure e dolore. "Quando tornavamo a casa da lavoro non riuscivamo a dormire - ammette il medico -. Il fatto di non sentirsi in grado di poter aiutare le persone, la consapevolezza di non essere abbastanza forti contro questo nemico ti toglie il sonno. Non avevamo le conoscenze, non sapevamo nulla di quello che avevamo di fronte, vedevamo gente che stava malissimo e non sapevamo cosa fare. Avevamo tutti paura. Ora dobbiamo stare attenti, serve prudenza. Facciamo in modo che l’incubo non torni mai più".
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