La scena del delitto, nel riquadro Alessandra Vanni
La scena del delitto, nel riquadro Alessandra Vanni

Siena, 27 novembre 2015 - La verità sul delitto della tassista senese Alessandra Vanni avvenuto nella notte tra il 7 e l’otto agosto del 1997 viene fuori a brandelli. A distanza di oltre diciotto anni rimane infatti ancora un omicidio insoluto; oggi, legato a quella tragedia costata la vita ad una ragazza di 29 anni, emerge un nuovo e inaspettato pezzo di un puzzle che si complica ulteriormente. La procura di Siena nelle persone del procuratore capo Salvatore Vitello e del sostituto Nicola Marini ricominciano a leggere le carte accumulate nel tempo.

L’attenzione dei due magistrati si concentra su alcuni elementi (temporali e non) che secondo loro devono essere ulteriormente approfonditi. I successivi accertamenti portano gli investigatori ad una casa a Castellina in Chianti – proprio in questo paese fu rinvenuto dietro al cimitero comunale il cadavere della Vanni – dove abita un cinquantenne. Viene fatta una perquisizione domiciliare che porta ad alzare il velo sulla vita nascosta dell’uomo. Nell’appartamento, infatti, vengono trovate 37 armi tra cui una mitraglietta con matricola abrasa che gli costeranno l’arresto, centosettanta articoli de La Nazione che parlano del delitto della tassista e della morte di altri giovani coinvolti in incidenti stradali e di caccia tutti avvenuti nel senese e foto di ragazzi rubate dalle lapidi di vari cimiteri della provincia di Siena. Un hobby questo delle immagini portate via dai loculi che già molti anni fa era costato al cinquantenne un’incriminazione.

L’uomo viene quindi ripetutamente interrogato alla presenza del suo difensore. Pare si sia contraddetto più volte sul motivo che l’aveva indotto a collezionare tutte quelle armi e avrebbe dato spiegazioni confuse anche sulla collezione degli articoli pubblicati nel tempo da questo giornale e relativi al delitto della tassista.

L’arresto fino a ieri mattina era rimasto «confinato» tra il diretto interessato e i magistrati senesi, poi con l’udienza di convalida il muro di silenzio si infrange. Il giudice ha cercato di capire ponendo domande precise e alla fine ha deciso che l’indagato venga sottoposto ad una perizia psichiatrica. Sarà il consulente nominato dal gip a dire se siamo in presenza di una persona malata, oppure no. Sebbene in diciotto anni di magistrati ne sono cambiati parecchi, la procura di Siena non si è mai arresa e ha continuato a cercare colui che quella notte d’estate aveva stretto uno spago intorno al collo di Alessandra Vanni fino ad ucciderla. Un anno e mezzo fa era stato perfino esumata la salma di un uomo che aveva avuto dei contatti con la ventinovenne. Il dna aveva escluso che fosse stato lui ad ammazzarla.

La ragazza quel giorno stava sostituendo lo zio alla guida del taxi. Era stata vista da altri colleghi in centro a Siena, poi di lei si erano perse le tracce dalle 22 del 7 agosto fino alla 6 del mattino del giorno dopo quando un abitante di Castellina aveva notato il taxi e al posto di guida Alessandra. «Sembrava dormisse» dirà l’uomo che poi aveva chiamato i carabinieri. Le indagini condotte nell’immediatezza erano state un po’ «disordinate». Si erano affinate con il trascorrere degli anni, ma di fatto non avevano portato a dare un volto e un nome all’omicida. Il tempo, purtroppo, in questo caso non è stato galantuomo. E ora spunta anche questo cinquantenne apparentemente al di sopra di ogni sospetto dalle particolari «passioni».