
Il contrasto all’illegalità: il sindacato richiama l’attenzione anche sui committenti
I controlli interforze hanno fatto emergere dalla palude dell’illegalità altre due confezioni. E’ cronaca di questi giorni: due confezioni operanti in via Boni e condotte da cinesi sono finite sotto la lente d’ingrandimento del Gruppo di Lavoro interistituzionale per il contrasto allo sfruttamento lavorativo, coordinato dalla Prefettura. Un copione che si ripete da anni nel distretto parallelo in cui "il sistema di produzione illegale continua a ’girare’", ha affermato Juri Meneghetti, segretario generale Filctem Cgil Prato e Pistoia. Il sindacalista torna a puntare il dito su un aspetto che potrebbe essere una delle chiavi di volta per scardinare un sistema fuori legge. Se da una parte i controlli sono "elemento importantissimo", ricorda Meneghetti, dall’altra "il contrasto al sistema di produzione illegale sarebbe più efficace se venissero chiamati regolarmente in causa i committenti che danno lavoro a queste aziende e che, in tutta probabilità, non faranno altro che continuare a commissionare lavoro ad altre aziende, probabilmente scorrette". Il richiamo di Meneghetti alla responsabilità in solido dei committenti è chiaro.
Eppure la legge della responsabilità solidale esiste con la legge 30/2003 (legge Biagi). La sua applicazione sul sistema moda non ha visto molti esempi. La prima applicazione è stata con una sentenza dell’11 marzo 2016: il giudice del Lavoro ha confermato che chi affida l’esecuzione di una lavorazione, un’opera o un servizio (appaltatore) a un’altra impresa (appaltante) può essere chiamato a sostenere, al posto di quest’ultima, i costi delle retribuzioni e dei contributi non assolti. E’ quanto prevede l’articolo 29 del Decreto legislativo 276 del 2003 (attuativo della Legge Biagi), così come riscritta dalla Legge 35 del 2012. Un sentenza che fu definita "storica": committenti ed appaltatori, o se si vuole azienda tessile e terzisti, sono responsabili in solido verso il lavoratore. La sentenza riguardava un’ex lavoratrice di una ditta di controllo tessile alla quale non erano stati corrisposti stipendio e contributi per un periodo di tempo in cui aveva prestato la sua opera per il controllo qualità pezze di un lanificio insieme ad altri appalti. La lavoratrice doveva essere risarcita dal lanificio, dopo che il terzista aveva chiuso nel 2010, quando ancora la ex dipendente vantava un credito. Una battaglia condotta dalla Cgil e dall’avvocato Alessandro Gattai. Nell’aprile 2023 Il committente di una pelletteria, la cui titolare era stata condannata per sfruttamento del lavoro, ha accettato di pagare la differenza salariare a tre dipendenti che avevano denunciato: la somma ammontava a 90mila euro.
Sara Bessi