Prato, 11 gennaio 2022 - Una sensazione, l’esperienza e l’abitudine ad approfondire ogni segnalazione gli ha fatto prendere sul serio quella telefonata che lo avvertiva di una nave da crociera in difficoltà. Non sempre al centralino dei carabinieri arrivano informazioni reali, ma quella notte il brigadiere capo Ciro Formuso, oggi 62 anni e in pensione, era a capo della centrale operativa della Compagnia di Prato, non ebbe esitazioni. "Quando risposi – racconta – nonostante gli scherzi non siano rari, qualcosa mi fece percepire che la vicenda era seria". Chissà se oggi avremmo ricordato solo 32 vittime per il naufragio della Concordia.

Erano le 22.02 del 13 gennaio 2012 quando il militare rispose alla telefonata della figlia di una passeggera della Costa Concordia, la nave che già da un quarto d’ora aveva impattato con gli scogli davanti all’Isola del Giglio. A bordo il caos, tanto che la passeggera, Concetta Rovi, spaventata, decide di telefonare alla figlia Lucia Calapai per raccontarle che le avevano fatto indossare il giubbotto di salvataggio, ma non avevano comunicazioni su che cosa fosse realmente accaduto.

"Sinceramente dopo le prime parole - racconta Formuso - non capivo perché per un possibile naufragio venissero contattati i carabinieri di Prato, ma al di là dello stupore cercai di farmi dire più cose possibili. Ma le informazioni erano frammentarie". Un colloquio durato tre, al massimo quattro minuti. "Tra l’altro – aggiunge il militare – non sapevo dove si trovasse la nave, mi era stato detto che la crociera era partita da Savona. Poche indicazioni, ma la consapevolezza che non fosse uno scherzo: dai racconti della signora sulla nave, che poi chiamai dopo aver parlato con la figlia, dei piatti caduti a terra, addirittura di parti di soffitto, mi figurai che potesse esserci stata una collisione tra due navi. In quegli istanti mi tornò alla memoria il disastro del Moby Prince, oppure che la nave avesse preso contro un basso fondale. Ma non sapevo dove. A quel punto decisi di contattare la Capitaneria di porto di Livorno per dare l’allarme".

Da qui l’inizio della consapevolezza che a bordo non c’è solo un black out come il comandante Francesco Schettino, ancora alle 22.12, contattato dalla Capitaneria, continua a dichiarare. Nonostante gli fosse stato riferito che alcuni naufraghi avevano telefonato per raccontare di avere già indossato i giubbotti di salvataggio.