Nicola Oddati
Nicola Oddati

Firenze, 2 marzo 2021 - Nicola Oddati, braccio destro di Nicola Zingaretti, segretario del Pd. Ha seguito da vicino le elezioni regionali toscane e la fase di crisi al vertice dem toscano.

Oddati, che succede nel Pd toscano?

«Il mio invito alla segreteria regionale è a ritrovare l’unità e ad evitare veti e personalizzazioni. La vittoria in Toscana è stata bella ed entusiasmante, non possiamo sciuparla con polemiche sterili. E questo vale per per tutti».

Il presidente della regione Giani chiede il nono assessore. Italia Viva nicchia.

«Se ne occuperà il gruppo del Pd in accordo col presidente. Dobbiamo farci carico delle esigenze di governo, così come Giani deve contribuire ad un clima positivo e unitario nel partito».

Alleanze. Prima o poi arriveranno le suppletive a Siena per la Camera.

«Sul collegio sarà giustamente ascoltato il partito del territorio e regionale. Se c’è un’alleanza naturalmente è meglio. Il voto maggioritario vuol dire che si vince con un solo voto più degli altri e bisogna sempre fare attenzione. Decideremo insieme, con rispetto di tutti e per il meglio, come è nello stile che ha sempre avuto Zingaretti».

Ma come è possibile che il Pd non abbia pace e sia sempre ostaggio o di guerre tra correnti, o di rivalse e vendette o comunque di equilibri precari? Non mi dica che è tutta colpa della sua natura e che la discussione è il bello del Pd.

"Il partito democratico è sicuramente un partito pluralista. Posso anche non dirlo, se le fa piacere. Però è così. È dunque inevitabile che vi siano fasi di maggiore dialettica interna e in qualche caso di aperto conflitto. Tuttavia bisogna circoscrivere questo conflitto. Due anni fa hanno votato alle primarie 1.600.000 elettori e simpatizzanti e zingaretti ha preso 1.200.000 voti. Un consenso enorme che non mi pare sia ridimensionato. Anzi. Dunque non ci sarebbe nessun problema a fare un congresso. Però si tratta di capire come, quando e soprattutto perché. Perché è cambiata la fase politica? Ma questo è normale, nel nostro tempo. L’evoluzione dei processi sociali ed economici è rapidissima e gli scenari possono mutare di continuo. Per questo vi sono gli organismi dirigenti: per discutere e valutare e decidere insieme.   In tutti i passaggi chiede la direzione si è riunita ed espressa all’unanimità. Se c’erano idee diverse, dovevano venire fuori quando abbia varato il secondo governo Conte, poi quando abbiamo difeso quell’esperienza di governo, e poi quando abbiamo deciso di accogliere l’appello rivolto a tutte le forze politiche dal capo dello Stato.  Se abbiamo cambiato idea, ma in realtà non è andata così, lo abbiamo fatto insieme".

Ha letto l'intervista di Orlando sulla Nazione? Si parla di rigurgiti renziani.

«Renzi ha fatto una scissione parlamentare ed è definitivamente fuori dal Pd. Penso anzi che lo abbia fatto esattamente per danneggiare il Pd. Tutto il Pd, non solo coloro che hanno votato e sostenuto al congresso Zingaretti. Oggi c’è un nuovo dibattito che riguarda noi, chi ha scelto il Pd come la sua casa riformista e progressista. Piuttosto io mi sento di chiedere a tutti noi di non ripetere gli errori del passato: di capire che l’unità reale, non di facciata, è un valore non solo politico, ma elettorale; di guardare avanti, di lavorare - come ha detto Zingaretti - alla rigenerazione del Pd. E di non isolarci dentro una discussione astratta, lontana dalla società e dai suoi bisogni. E anche di non isolarci politicamente, come facemmo nel 2018. Ricordo a tutti che abbiamo una legge elettorale con una componente maggioritaria, e che senza alleanze, nazionali e locali, non si vince. Per me la vocazione maggioritaria è l’ambizione di rappresentare una parte ampia della società, non un’astratta - quanto velleitaria - idea di autosufficienza elettorale».

Il fronte degli amministratori (sindaci tra cui Nardella più Bonaccini) si va manifestando. Più risorsa o spina nel fianco del Nazareno?

«Abbiamo la fortuna di avere un segretario che è anche un amministratore. Nel 2018, mentre perdevamo praticamente in tutta Italia, lui vinceva le elezioni nel Lazio. Lo dico perché penso che tutti gli eletti, presidente di regioni e sindaci, sono una risorsa. Nessuno lo ricorda, ma Gori è stato nominato coordinatore del forum dei sindaci che ha riunito solo un paio di volte all’inizio. In segreteria e nel comitato politico ci sono sindaci. Ora abbiamo chiesto a Ricci di coordinarli. Sono ascoltati e sono protagonisti. Mi pare che tutti loro chiedono a Zingaretti di avere più coraggio e maggiore libertà verso le aree politiche. Sarei per prenderli in parola. Ci aiutino ad aprire il Pd e a renderlo più forte».

A Zingaretti si rinfacciano soprattutto tre errori strategici: il ’Conte o morte’, il balletto di posizioni sul referendum parlamentare e l’alleanza in Liguria e Umbria.

«Riguardo ai tre errori attribuiti al gruppo dirigente, ci sarebbe molto da dire. Abbiamo sostenuto tutti lealmente Conte perché era il nostro governo, con i nostri ministri, con i nostri sottosegretari. Perché è stato un governo che ha affrontato la pandemia, sostenuto il Paese nell’ora più buia, conquistato il recovery plan. E non siamo andati da Mattarella a dire Conte o voto. La delegazione era composta dalla segretario e dalla presidente, dal vicesegretario e dai due capigruppo. Sono andati con un mandato unitario e unanime della Direzione. Sfido chiunque a dire il contrario. Tanto è vero che abbiamo accolto l’indicazione e la richiesta del Presidente della Repubblica e sosteniamo lealmente e con le nostre idee il presidente Draghi. Sul taglio dei parlamentari c’è da dire che in quelle ore la spinta ad accogliere ogni richiesta pur di far nascere il governo Conte, veniva innanzitutto dai gruppi parlamentari. Infine sulle alleanze locali: chi ha onestà intellettuale dovrebbe riconoscere che in Umbria e Liguria si sarebbe perso comunque, e che tutti i candidati presidenti di regione - tutti - chiedevano ossessivamente l’alleanza con i 5 stelle, dove si è vinto e dove si è perso».

Donne e parità di genere. In Toscana c’è stata un rivolta. Almeno questo problema potevate risparmiarvelo.

«Non avere una rappresentanza di genere nella nostra delegazione ministeriale è un vulnus serio, figlio di un sistema correntizio e di luoghi della politica tutti maschili. Sarebbe ingiusto non dire che in questi due anni nel partito si è praticato la parità di genere, anche nei ruoli chiave. Ma è chiaro che bisogna fare di più. Dobbiamo fare una battaglia su questo, donne e soprattutto noi uomini».

Congresso o morte?

«Si farà tra due settimane l’assemblea nazionale e decideremo cosa fare. C’è un gruppo dirigente legittimato e che ha dimostrato di saper affrontare fasi e momenti difficili. Se qualcuno ha opinioni differenti, lo dica. Certo c’è bisogno di una discussione seria, rigorosa, approfondita. C’è bisogno di un grande dibattito, libero e chiaro. Però evitiamo di avvitarci in una discussione tutta ripiegata all’interno. Difesa della salute, del lavoro, della dignità delle persone, devono essere questi i nostri assilli. Ha da passá a nuttata, diceva il grande Eduardo alla fine di Napoli milionaria...».