Patrizia Beacci e Andrea Mannini (foto Acerboni/FotoCastellani)
Patrizia Beacci e Andrea Mannini (foto Acerboni/FotoCastellani)

Pistoia, 13 settembre 2020 - Di chi sarà la responsabilità se il raffreddore del bambino non verrà considerato come ‘sintomo sospetto’? E chi deciderà se vale la pena ordinare di ripetere il tampone prima di rimandare l’alunno sui banchi di scuola? A poche ore dalla riapertura delle scuole, sono tante le incertezze, pur nella moltitudine di protocolli inviati a dirigenti scolastici e medici. Cerchiamo di fare chiarezza con i pediatri, attori di primo piano in questa partita da giocare con lucidità e spirito di adattamento. Ne parliamo con i dottori Patrizia Beacci e Andrea Mannini, della Fimp (Federazione medici pediatri) di Pistoia.
In che modo i pediatri dovranno gestire i casi sospetti?
"Lavoreremo su due fronti in parallelo. Da una parte i pediatri di famiglia come servizio diffuso sul territorio, vicino alle famiglie, dunque continueremo quel rapporto di cura e relazione che da sempre esiste. Poi saremo in costante contatto con il dipartimento di prevenzione, tramite la dottoressa Picciolli e la pediatria ospedaliera con il primario, il dottor Rino Agostiniani. Serve sottolinearlo per dare un messaggio di sicurezza e tranquillità alle famiglie pistoiesi in un momento in cui la situazione è in continuo divenire. Va detto che a oggi dalla letteratura scientifica emerge che i bambini hanno una probabilità molto inferiore di ammalarsi e di avere eventi avversi. In questi mesi sono molto migliorate le capacità di prevenzione, cura e tracciamento. Sono state pubblicate dall’Istituto superiore di sanità e dal ministero della Salute le linee di indirizzo per la per la riapertura in sicurezza. Consapevoli però che non sarà possibile azzerare il rischio, che dipenderà fortemente dalla situazione epidemiologica degli adulti".
Come dovranno muoversi le famiglie ai primi sintomi sospetti?
"I genitori sono capaci di intercettare i malesseri dei figli, quest’anno in più si chiederà loro di misurare la temperatura correttamente con termometro elettronico ascellare dopo almeno 30 minuti da quando si sono alzati da letto. Se dovesse superare 37.5°C il bimbo non potrà andare a scuola, la famiglia consulterà il pediatra che attraverso una serie di domande (perché non saranno solo le condizioni del bambino a orientare il percorso) farà la valutazione del caso. Se il bimbo presentasse sintomi compatibili con Covid, febbre, tosse, cefalea, sintomi gastrointestinali (nausea/vomito, diarrea), faringodinia, dispnea, mialgie, rinorrea/congestione nasale, il pediatra richiederà tempestivamente il test diagnostico ( tampone)".
Cosa accade in caso di tampone positivo?
"Due scenari: tampone negativo, presa in carico del pediatra come di consueto fino a completa guarigione. Potrebbe essere necessario un secondo tampone se la sintomatologia lo richiedesse. Il bimbo rientrerà in comunità con certificato in cui si specifica che è stato seguito il percorso diagnostico, terapeutico e di prevenzione per Covid. In caso di tampone positivo, la gestione sarà condivisa con Dipartimento della prevenzione e Usca (unità speciali di continuità assistenziale): rientro a scuola possibile a completa guarigione dopo 2 tamponi negativi a distanza di 24 ore".
E per la quarantena?
"Per la quarantena prevista per i contatti stretti fino alla eventuale chiusura della scuola sarà il Dipartimento di prevenzione a fare le opportune valutazioni".
Quali sono le certificazioni che i bambini dovranno portare?
"A oggi per la scuola dell’infanzia, serve il certificato dopo 3 giorni di assenza. Per la scuola dell’obbligo, il certificato è richiesto per assenze superiori a 5 giorni. I punti nodali sono contattare il pediatra se il bimbo ha sintomi riconducibili a Covid e migliorare i test diagnostici a disposizione. La salute dei bambini è determinata anche da rapporti sociali positivi e la scuola è l’ambiente privilegiato di relazioni positive, nostro dovere di adulti è garantire questo ad ogni bambino".