Una foto della presentazione che Parsi e Fresu hanno fatto del libro lo scorso agosto al Festival Time in Jazz a Berchidda
Una foto della presentazione che Parsi e Fresu hanno fatto del libro lo scorso agosto al Festival Time in Jazz a Berchidda
Pisa, 23 marzo 2020 - Come tutti gli eventi in questo periodo, anche la presentazione di questo libro, che era in programma al teatro Verdi il 18 marzo 2020, prima del concerto di Paolo Fresu all’interno della rassegna “Pisa Jazz” è purtroppo saltata. L’evento, promosso da Pacini Editore , era stato organizzato con il patrocinio e il supporto della Libreria Ghibellina , della rassegna Pisa Jazz e dell’Associazione Culturale Sarda “Grazia Deledda” di Pisa.

Ma non vogliamo rinunciare del tutto al piacere di conversare, seppure in forma diversa, con il grande musicista Paolo Fresu, che ha scritto la prefazione del libro e con il suo autore, Enrico Parsi , psicologo di formazione sistemico relazionale, che dirige da oltre dieci anni la Scuola Coop, Istituto di Formazione delle Cooperative di Consumatori.

Il libro racconta la storia di Paolo Fresu e del “suo” Festival “Time in Jazz”, il festival che si svolge ogni anno a Berchidda, un piccolo paese della Sardegna: un’esperienza che mostra come per immaginare un futuro ci sia bisogno di rendere possibile il cambiamento nel presente.

Partiamo da Fresu che nella sua prefazione parla di Lillino, suo padre che “amava Time in Jazz. Ne percepiva il respiro collettivo, la sacralità e quel rito capace di coagulare pensieri ed emozioni”… Perché cita proprio suo padre?

"Perché è stato una costante importante nella costruzione del mio percorso umano ed artistico. Un uomo semplice, di terra. Che avrebbe voluto studiare ma che non ha avuto la possibilità perché la sua era una famiglia povera.
Amava la scrittura e la poesia oltre che la musica e assieme a mia madre che è ancora in vita, mi ha sempre aiutato e spinto verso la musica.
È da anni che lavoro alla scrittura di un vocabolario di sardo-italiano che lui aveva iniziato a scrivere annottando su piccoli pezzettini di carta i suoi pensieri mentre era in vigna o con il gregge.
Percepiva il pensiero collettivo e la sacralità perché il suo attaccamento alla terra lo rendeva poesia e filosofia. Quella che mi ha trasmesso e che mi ha aiutato a essere me stesso".
Come è nata l’idea di creare questo Festival?
"Il festival è nato nel 1988 ed io ero molto giovane ma giravo nei festival italiani ed europei. Per questo sentii l’esigenza di creare qualcosa nel mio piccolo paese che mettesse a frutto ciò che avevo appreso e raccolto altrove.
Su un paio di fogli A4 appuntai con la mia Olivetti Lettera 32 le linee fondamentali della manifestazione, gli diedi un titolo e ne tracciai le coordinate generali.
“Time in Jazz” fu il titolo scelto tra i tanti. Non sapeva di nulla e in inglese era solo un’accozzaglia di parole senza un senso apparente ma funzionava visivamente e suonava bene. Il tempo del jazz dunque. Anzi “Il nuovo tempo del jazz”, visto che questo ne fu il sottotitolo per qualche edizione.
Nuovo perché volutamente diverso per necessità e vocazione e dive rso perché voleva raccontare il jazz da un altro punto di vista: il mio.
Gli obiettivi erano quelli del garantire continuità alla manifestazione che si sarebbe svolta, come ogni festival che si rispetti, con cadenza annuale.
Inoltre quello di radicare il festival nel territorio attraverso progetti che tenessero conto della sua cultura e storia e, infine, quello di farne uno strumento capace di sviluppare l’economia locale e il turismo portando pubblico da tutte le parti d’Italia e caratterizzando Berchidda come luogo unico e originale dove potessero succedere cose altrettanto uniche e originali.
Sapevo del resto che era questo l’unico modo per attirare genti verso l’interno dell’Isola. Il turismo diffuso non era ancora in voga e l’unica Sardegna conosciuta era quella delle coste, nonostante molti imprenditori si stessero preparando a invaderla.
Questo ‘manifesto’ mi dava dunque l’opportunità di fare del festival uno strumento di sperimentazione e di scambio, laddove gli artisti si sarebbero potuti incontrare. Per produrre cose nuove e progetti capovolgendo così quell’atavica convinzione per la quale le idee migliori vengono sempre da fuori.
Il festival sarebbe così diventato il mio strumento comunicativo, oltre alla tromba e al flicorno, per raccontarmi in un luogo che in fondo (e nonostante fossero passati diversi anni dall’inizio della mia carriera professionale) mi conosceva poco.
Da lì abbiamo sviluppato molto di più e seminato tante cose che poi sono state amorevolmente innaffiate con passione. Il volontariato, il rapporto con la natura, i plurilinguaggi, l’infanzia, l’enogastronomia e il prodotto locale, l’architettura, il sacro, la migrazione, i luoghi in movimento" .

In un momento come questo, di grande fragilità e anche di perdita di punti di riferimento, quale può essere il ruolo di una realtà come quella di Berchidda?

"Sono convinto che un festival come il nostro abbia una grande responsabilità e un ruolo importante. Non solo quella di proporre della musica ma soprattutto quella di essere uno strumento sociale, economico e politico.
Una manifestazione come Time in jazz invita alla riflessione collettiva e contribuisce alla socialità, oltre che alla scoperta e l’apprezzamento dei territori.
La musica mette assieme gli altri e, attraverso l’emozione, ci fa uscire da noi stessi per essere più ricettivi sottolineando, qualora ce ne sia bisogno, quanto la bellezza debba essere presente nelle nostre vite e nel nostro quotidiano.
In particolare un festival di jazz, musica di migrazione e di incontro per antonomasia, suggerisce buone pratiche e si pone come strumento di giunzione tra il locale e il globale che in questo momento stiamo vivendo con grande apprensione. La viralità delle reti e del coronavirus dimostra quanto sia necessario vedere il mondo nella sua globalità mantenendo le specificità che arricchiscono noi e gli altri.
È finito il mondo dell’indifferenza verso colui che è lontano e spero che la lezione del presente possa essere utile al futuro.
A questo proposito desidero rivolgere a tutti un appello im portante: il mondo dello spettacolo, tutto e indistinto, sta vivendo un momento molto difficile. Vi chiediamo di firmare e diffondere la nostra petizione che potete trovare qui: http://chng.it/rSPbRqdM. Grazie!".

Sentiamo adesso l’autore del libro, Enrico Parsi.
Tanto per cambiare… un titolo piuttosto singolare, che colpisce subito. Che cosa si dovrebbe cambiare, soprattutto in questo momento?

"Tanto per cambiare è un titolo scelto per raccontare una bellissima esperienza, tra le tante. Quella del Festival Jazz di Berchidda che contiene molti ingredienti emblematici di un cambiamento possibile.
Ancora prima che ci trovassimo in questa emergenza, in questa situazione scioccante e drammatica, molti di noi, professionisti, cittadini, studiosi, artisti, cooperatori, co-workers, politici di nuova generazione e molti altri, abbiamo condiviso, cercando di agire di conseguenza e spesso ignari l’uno dell’altro, il fatto che stiamo vivendo una crisi che non è mai stata solo economica e che non è risolvibile con qualche ricetta pret a porter. Le questioni ambientali e demografiche ad esempio, e oggi il coronavirus, sono problemi inediti che richiedono azioni e processi di pensiero diversi. Tutto questo implica un ripensamento profondo del modo in cui viviamo. Quindi anche del modo in cui siamo organizzati e concepiamo vita e lavoro. Cioè l’economia, che non è una questione di conti, ma la vita di noi tutti. Troppo spesso pensiamo di risolvere i problemi uno a uno con soluzioni lineari che producono problemi ancora peggiori di quelli che dovrebbero risolvere".

Com’è nata l’idea di parlare proprio del Festival Time in Jazz e della realtà di Berchidda?

"Ci sono stato la prima volta due anni fa, attratto dalla fama di Paolo Fresu che seguivo da tempo. Dopo nemmeno 48 ore che ero lì, estasiato da ciò che stavo vivendo, ho avuto l’idea e il desiderio di raccontare quella bellezza. Non stavo partecipando a un bel festival e a una bella sommatoria di concerti e incontri. Non ero soltanto in luoghi incantevoli inediti per il turista medio. Ero dentro un fenomeno sociale, culturale, economico complesso che sintetizzava ciò per cui lavoro da anni e ciò in cui credo come persona e come cooperatore. Scrivendo il libro mi interessava insistere sull’idea che con la cultura si fa anche politica, società, innovazione. E che lo stile, la gentilezza e l’immaginazione sono di per sé un buon programma e un buon metodo politico e sociale. Il festival è nato 33 anni fa. Palo Fresu ha avuto da subito l’idea di fare qualcosa per il paese in cui è nato e per la Sardegna. Qualcosa di contemporaneamente significativo non solo per il jazz ma anche per la società, per le persone di Berchidda, per l’economia di quei luoghi. Trovo significativo che una persona allora già abbastanza nota a livello internazionale abbia deciso di condividere con altri il proprio successo e abbia pensato in termini di “noi” e non di “io”. A fronte degli esempi di leadership patologica che subiamo da anni, lo trovo un esempio da studiare, raccontare e se possibile imitare. Questo è un altro ingrediente di cambiamento necessario. C’è troppo ego autoreferenziale in giro, troppa guerra nelle azioni e nelle parole e oltre tutto spesso promossi egoisticamente senza nemmeno quelle competenze e quella professionalità che Paolo Fresu e il suo team dimostrano".

Perché leggere questo libro, proprio adesso, può essere importante?

"La bellissima esperienza di cui si parla è frutto di una visione del mondo complessa e non di una emergenza. La visione del mondo di un membro di quella comunità, Paolo Fresu, che è riuscito a rendere quel paese della Gallura un luogo culturale internazionale mantenendo intatte le tradizioni del luogo.
La lettura di questo piccolo libro può aiutare proprio ora perché parla, tra l’altro, di apertura, mentale e fisica, e di giusta distanza tra le persone. In un momento in cui siamo costantemente catturati nel gorgo della paura e i nostri corpi sperimentano la fila per comprare il pane, una distanza forzata, sguardi tristi filtrati da mascherine. È necessario rileggere insieme le esperienze più belle, generative e democratiche per provare a far sì che il dopo non sia un tentativo banale di ritornare ai “bei tempi” che furono. L’esperienza di Berchidda, e non solo, può aiutare molto".

Si parla di economia civile, che cosa si sente di dire rispetto alla situazione attuale?

"Economia civile significa che non è più accettabile pensare al profitto come obiettivo principale se non unico di una impresa. Oggi il dramma che stiamo vivendo non è dato dalla gravità della malattia, ma dalla risposta che non siamo in grado di dare. Oggi si muore per la mancanza di terapia intensiva molto di più che per il virus in sé. Dovrebbe essere sufficiente questa realtà per riflettere su cosa sia l’economia. Economia significa relazioni equilibrate, cultura, benessere sociale piuttosto che assenza di malattia. Significa crescita civile e un rapporto con il lavoro che non può essere contrapposto alla vita familiare, agli affetti, all’eros.
Time in Jazz ha trasformato una comunità, un paese di pochi abitanti che ha mantenuto le sue caratteristiche agricole e pastorali e che ora è anche uno dei centri più importanti del Jazz internazionale. Questa è economia civile. Il reddito per vivere bene insieme. E non vivere (male per altro) per il profitto. E da soli.
Infine vorrei dire che sono molto preoccupato per il nostro futuro, indipendentemente dalla clinica del coronavirus. Ma questo non mi ha impedito di acquistare i biglietti per il traghetto. La prossima estate saremo di nuovo a Berchidda. E spero con questo libro di convincere molti a venire. Magari si potrebbe fare gruppo a ragionare un po’ insieme davanti a un Vermentino. Sono certo che pur nella mole di impegni di quei dieci giorni Paolo e il suo team un po’ di tempo ce lo dedicherebbero".
Francesca Petrucci (scrittrice)