DAVID ALLEGRANTI
Pecore Elettriche

Schlein fa quel che può. Ma la leadership latita

La segreteria nazionale del Pd ha un potere contrattuale ridotto. In Toscana ha dovuto accettare suo malgrado la ricandidatura dell’inossidabile Eugenio Giani; se avesse potuto, il Pd lo avrebbe sostituito. In Campania deve subire le intenzioni di Vincenzo De Luca

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Firenze, 31 agosto 2025 – C’è una costante in questi sommovimenti regionali del centrosinistra, del Campo Largo o come preferite chiamarlo. Dalla Toscana alla Puglia, dalla Calabria alla Campania.

La segreteria nazionale del Pd, a cominciare da Elly Schlein, ha un potere contrattuale molto ridotto. In Toscana ha dovuto accettare suo malgrado la ricandidatura dell’inossidabile Eugenio Giani; se avesse potuto, il Pd lo avrebbe sostituito volentieri. In Campania deve subire le intenzioni, improntate alla continuità e alla salvaguardia di dieci anni di governo, di Vincenzo De Luca, un tempo cacicco, oggi imprescindibile elemento di unità per favorire la candidatura di Roberto Fico (!); De Luca sarebbe stato destinato a sparire politicamente, secondo certi teoremi, ma Schlein & dirigenti a lei vicini hanno scoperto che dovranno sorbirsi pure il figlio Piero candidato alla segreteria regionale nonché, forse, qualche lista civica deluchiana.

Nelle Marche il Pd candida Matteo Ricci, dopo un anno di prestito all’Europarlamento; c’era bisogno di lui perché le alternative, tra gli schleiniani, non esistono. In Calabria scende in campo Pasquale Tridico, europarlamentare in prestito del M5S che ha di recente scoperto le sue origini calabresi. In Puglia il Pd nazionale non può fare niente se non assistere alle scelte di quelli che Mauro Calise chiama micronotabili; Antonio Decaro, altro potenziale europarlamentare in prestito a Bruxelles, ha detto che si candida solo se non si presentano in Consiglio regionale Michele Emiliano, presidente di Regione uscente, e Nichi Vendola, già presidente della Regione.

Un tempo lo avremmo chiamato teatrino. Morale: Schlein ha vinto le primarie nel 2023, ma non ha fatto emergere una classe dirigente sua; la rivoluzione tarda ad arrivare perché in giro per l’Italia governano i soliti. È il paradosso delle Europee: il Pd ha vinto o ha tenuto bene grazie a quei candidati di cui Schlein si vorrebbe liberare. Pensiamo ai voti di tutti quei sindaci riformisti o presunti tali che sono stati eletti all’Europarlamento. Un paradosso che vedremo di nuovo in movimento alle prossime elezioni regionali. Non è la prima volta che accade nel Pd. Già ai tempi di Matteo Renzi le intenzioni nei confronti della precedente o contemporanea classe dirigente erano piuttosto bellicose. Renzi voleva utilizzare proprio il lanciafiamme nei confronti di quei micronotabili il Mezzogiorno ha sempre sfornato. Michele Emiliano, Vincenzo De Luca, eccetera (oggi manca all’appello Gianni Pittella).

E questo perché il Pd non può farne a meno, anche in presenza di leadership più o meno muscolari. I partiti intesi come corpi intermedi sono stati sostituiti da surrogati; sono le leadership a svolgere il ruolo di mediazione dei partiti. Alle leadership è affidato il compito regolazione delle funzioni vitali di un partito.

Il problema è che quella di Schlein è una leadership debole che viene spacciata per inclusiva. Ma non c’è niente di inclusivo nel far fare a Conte tutto quello che vuole. C’è da dire però che una responsabilità consistente ce l’ha anche l’opposizione interna al Pd. Sono pochi gli interlocutori di Schlein seriamente interessati a sfidarla. Avrebbe dovuto farlo Bonaccini, europarlamentare nonché presidente del Pd, ma i risultati modesti sono sotto gli occhi di tutti.

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