Enrico Iozzelli di Monsummano, bambino sopravvissuto ai tedeschi dell'eccidio del Padule
Enrico Iozzelli di Monsummano, bambino sopravvissuto ai tedeschi dell'eccidio del Padule

Monsummano Terme (Pistoia), 23 agosto 2019 - «Durò in tutto un'oretta. I tedeschi passarono come un tuono, come una grandinata». Ma questo era solo un anticipo di quello che sarebbe accaduto da lì a breve, in Padule. Enrico Iozzelli aveva solo 22 mesi quando i nazisti gli ammazzarono la famiglia a Cintolese, poco prima di uccidere altri 174 innocenti tra bambini, donne e anziani il 23 agosto del 1944 nella zona umida più bella d'Italia. Eppure ricorda ogni particolare di quel giorno.

Con l'amico Quinto Malucchi, anch'egli superstite all'eccidio del Padule, si scioglie in un racconto struggente fatto di lacrime e sangue e, come in ogni guerra, di quella paura che non potrà mai essere lavata via dal tempo, nemmeno dopo 75 anni. «Piangevo sempre, ho pianto fino a 14 anni» racconta Enrico, ancora una volta con gli occhi rossi e bagnati. «Abitavo con i miei genitori in via Ciliegiole a Pistoia, perchè il babbo lavorava alla Breda. Un giorno ci dissero che non era sicuro restare lì perchè gli americani avrebbero bombardato il piccolo aeroporto adiacente alla fabbrica, così tornammo a Monsummano, dalle nonne Elvira e Marina a Cintolese».

Era l'agosto del 1944, e i tedeschi si preparavano alla strage del Padule. «Eravamo a casa dell'Elvira ma c'era la paura perché avevamo saputo che i soldati sparavano alla gente, così ci spostammo verso il casotto del Criachi. Nel tragitto ci videro i tedeschi e mio padre, Severino, pensò ingenuamente che sarebbe stato meglio essere collaborativi perchè era disarmato e al massimo lo avrebbero portato a lavorare. Ma lo ammazzarono con la mitraglietta. Io ero in collo alla mamma, Corinna che tutti conoscevano come Nevia, e lei cominciò ad urlare ai tedeschi che erano degli assassini maledetti. Le spararono ad un ginocchio. Quando capì che era la fine si voltò e nel cadere tentò di gettarmi lontano dalle sue braccia per salvarmi. I tedeschi la raggiunsero e le spararono un colpo alla testa».

Enrico si salvò grazie alla zia che lo raccolse e corse via lontano. «Ci rifugiammo tutti in una capanna – prosegue – e togliemmo la tavola di legno sul fossato che permetteva di accedere. Eravamo 20 persone e i tedeschi ci buttarono dentro una bomba a mano, ma non scoppiò. Di lì a poco ammazzarono altre 174 persone innocenti in Padule. Dopo dettero l'ordine di ammassare i corpi dei morti e bruciarli, ma molti di loro erano ancora vivi».

Enrico è scampato miracolosamente due volte alla morte, ma le fondamenta della sua vita, per quanto piena dell'amore della famiglia, della moglie e dei figli, sono state costruite sull'arido terreno del dolore e della morte. «La nonna mi ha allevato e non mi è mancato mai nulla. Ma dimmi se è stata vita, questa».