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Lucca, 4 agosto 2016 - C’è  da rimanere senza parole di fronte agli sviluppi dell’inchiesta penale sul tragico agguato che è costato la vita a Vania Vannucchi. Senza parole davanti all’abisso spalancato della mente umana e dell’orrore che è purtroppo capace di produrre. Dopo due ore e mezzo di interrogatorio in questura davanti al pm Piero Capizzoto, Pasquale Russo è infatti crollato e ha ammesso di aver compiuto quel gesto atroce. Come anticipato ieri dal nostro giornale, il 46enne di Segromigno in Monte, assistito dagli avvocati Gianfelice Cesaretti e Paolo Mei, martedì a tarda ora ha reso una confessione parziale, piena di contraddizioni logiche, ma che nella sostanza lo inchioda alle sue responsabilità per l’omicidio di Vania, ex collega ed ex amante. «Ero lì, ho litigato duramente con Vania perché mi accusava di averle rubato il cellulare – ha ammesso, smentendo una giornata intera di palesi e grossolane bugie – poi preso dalla rabbia le ho versato addosso la tanica di benzina. Ma non volevo ucciderla, forse aveva una sigaretta accesa, non so. Quindi sono salito sul mio scooter. Sì, ho visto che Vania stava bruciando, ma io ho pensato solo ad andarmene via. Ho gettato la tanica lì vicino e sono tornato subito a casa a Segromigno. Il braccio? Sì, mi sono ustionato in quell’occasione...».

Tutto qui. Poche parole sconvolgenti che lasciano ampi squarci di non-senso, ma che bastano ad inquadrare la tragica aggressione costata la vita alla povera donna, nel piazzale dietro i magazzini Asl al Campo di Marte. Un appuntamento-trappola, secondo gli inquirenti. A Vania era sparito un cellulare il giorno precedente e quel telefonino è stato poi ritrovato dai poliziotti della Squadra mobile all’interno della Fiat 500 L bianca della donna, intriso di benzina. L’ipotesi è che Pasquale Russo abbia utilizzato la restituzione di quel cellulare come esca per ottenere un incontro a due intorno alle 13 di martedì. E’ solo una delle tante circostanze che la Squadra mobile della questura è chiamata a chiarire, in mezzo alle farneticanti dichiarazioni dell’arrestato.

Di certo, dai racconti di familiari e amici della povera vittima, emerge un quadro inquietante di stalking ai suoi danni. Dopo una breve relazione che lei aveva interrotto quando a fine gennaio si era trasferita a lavorare all’ospedale di Cisanello, Pasquale aveva iniziato a tormentarla. Richieste di incontri, molestie, poi botte e minacce che andavano avanti fin dal maggio scorso. Un’amica sostiene che una volta lui le avesse anche stretto le mani al collo con violenza. Vania aveva raccontato che lui aveva anche cercato di entrarle in casa, in via delle Cornacchie a San Marco. Lei però non su era mai fatta refertare in sopedale e non aveva mai presentato una denuncia. Ed emerge anche il profilo psicologico di un uomo particolarmente disturbato. Quello su cui punta ora la difesa, pronta a ricorrere al rito abbreviato per evitare il massimo della pena.

Gli avvocati Cesaretti e Mei chiederanno subito alla Procura di disporre una perizia psichiatrica per il 46enne, rinchiuso in carcere con l’accusa di omicidio volontario aggravato da premeditazione e crudeltà. Sottolineano che Pasquale Russo da circa due mesi assumeva farmaci antidepressivi. Una cura che in realtà sembra avesse comportato un iniziale peggioramento della sintomatologia, il cosiddetto effetto «rebound». Tanto che Pasquale Russo aveva preso già appuntamento con uno psichiatra per intraprendere una cura più efficace. Ora l’appuntamento è con il gip Giuseppe Pezzuti, che lo interrogherà domattina in «S.Giorgio».