Un'aula di tribunale (Foto d'archivio)
Un'aula di tribunale (Foto d'archivio)

La Spezia, 25 gennaio 2018 - UN IMPREDITORE tarantino ha recentemente confessato in procura alla Spezia di aver pagato tangenti a «mister 10 per cento», al secolo Giovanni Di Guardo – all’epoca dei fatti, nel 2013, capo servizio amministrativo di Maricegesco – per assicurarsi due appalti di forniture tecniche. Si tratta di Giuseppe Perrone, 63 anni, già coinvolto nell’inchiesta-madre aperta un anno e mezzo fa dalla procura pugliese dalla quale è ‘figliata’ l’indagine spezzina, in corso di svolgimento. La circostanza dell’ammissione delle mazzette è trapelata ieri negli uffici giudiziari di Taranto nelle more del rinvio dell’udienza preliminare relativa ai fatti orbitanti attorno alla base navale meridionale che vedono in Di Guardo - all’epoca dei fatti, dopo l’incarico spezzino, direttore di Maricommi - il principale imputato, con richiesta pendente di giudizio abbreviato.

Secondo quanto trapela dal riserbo Perrone avrebbe dato conferma, fornendo puntualizzazioni di dettaglio, alle rivelazioni messe a verbale a Taranto già nel dicembre del 2016. Gli appalti incriminati sono due: uno per la fornitura di scaffali da destinare ad un capannone e uno per la fornitura di un elevatore. L’assegnazione sarebbe avvenuta attraverso gare pilotate.

NEL PRIMO caso il valore della fornitura è stato di 135mila euro, nel secondo caso 90mila. Sull’ammontare complessivo Perrone ha ammesso di aver pagato il 10 per cento, ossia 22.500 euro, allungando le mazzette direttamente nelle mani di Di Guardo, in varie fasi, dopo l’accordo «maturato» in una trasferta spezzina. In pratica ha sostenuto che la prassi Di Guardo di adoperarsi per l’assegnazione degli appalti della Marina, in cambio del 10 per cento dell’importo degli stessi, risale a tempi lontani, ancor prima che la stessa fosse ‘traslata’ a Taranto, quando lui vi incappò. Le forniture di cui ha parlato alla Spezia - davanti al pm Claudia Merlino, assistito dall’avvocato Salvatore Maggio - ebbero consegna nella base navale di Taranto e in un altro ente minore pugliese, ma poiché il patto corruttivo ebbe teatro in città è qui che si è radicata la competenza a procedere. Così accade anche nei confronti degli altri imprenditori per il quali gli atti inanellati dalla Procura di Taranto sono stati trasferiti a quella della Spezia: Valeriano Agliata, originario della Spezia, Pietro Mirimao, originario di Trapani, che, al pari di Perrone, hanno già patteggiamento la pena nell’inchiesta-madre: rispettivamente 2 anni e mezzo di reclusione, tre anni e due anni e 10 mesi. Ma lo spettro degli indagati, sull’onda degli approfondimento sviluppati alla Spezia, pare destinato ad allargarsi.

Corrado Ricci