Il montaggio delle tende per il triage davanti al pronto soccorso (foto Frascatore)
Il montaggio delle tende per il triage davanti al pronto soccorso (foto Frascatore)

La Spezia, 11 aprile 2020 - Ci sono i numeri: quelli dei positivi che continuano a salire insieme ai tamponi, quelli gelidi dei morti che i dati ufficiali quantificato in 709 in tutta la Liguria e solo negli ospedali spezzini avrebbero superato i 90, senza contare i decessi a casa o nelle Rsa destinati a rimanere fuori dalle statistiche. E poi ci sono le storie. Raccontano di operatori sanitari contagiati e sindacati che denunciano una ricerca angosciante di dispositivi di protezione. Raccontano di tamponi persi, a decine, di pazienti consumati da settimane di esasperante attesa di un responso, con la tosse che spacca il petto e lo stress che consuma i nervi. Raccontano di malati entrati in ospedale con il groppo in gola per interventi che non potevano rinviare e magari usciti in una bara come vittime “anche” del Covid.

E le Rsa focolai del virus, i loro dipendenti spesso “disarmati”, i reagenti che nei laboratori sembrano scarseggiare ma in quelli privati no. Le storie sono quelle già finite in un ‘libro bianco’, destinate a supportare gli esposti su cui la Procura spezzina ha aperto un’indagine affidata al pubblico ministero Elisa Loris e al ‘braccio’ operativo della Guardia di Finanza. Non ci sono eroi e angeli in quell’indagine, non ci sono medici, infermieri e operatori socio-sanitari che compongono le truppe dell’esercito ‘spedito’ al fronte per combattere la guerra al coronavirus e sfiniti da una battaglia impari. "Buttati" sembra a volte la parola più corretta di fronte alle molte denunce sulle armi spuntate e all’apparente assenza di una strategia.

La strategia, già, sembra proprio quella uno dei punti chiave su cui il Procuratore spezzino Antonio Patrono ha acceso i riflettori con domande cui chiede risposte. Un’indagine esplorativa, per capire se reato c’è stato e nel caso quale. Se gli esposti sulla carenza di mascherine, guanti, camici, calzari, cuffie... sembrano legati in particolare alle prime settimane dell’emergenza, i dubbi forse ancora più pesanti sono invece legati a un’emergenza annunciata ma forse sottovalutata e le risposte la Procura le chiede al commissario straordinario Asl.

Perché alla Spezia le persone sono morte e continuano a morire con il Covid ovunque: in rianimazione dove finiscono i malati più gravi che hanno bisogno di essere intubati per poter respirare, ma anche al pronto soccorso, in medicina d’urgenza, in geriatria, in pneumologia, oltre che agli infettivi. Sono morte e continuano a morire nel vecchio ospedale Sant’Andrea alla Spezia e nel ‘non più nuovo’ San Bartolomeo di Sarzana.

Nessuno dei due è stato trasformato in ospedale dedicato ai Covid come suggeriva una circolare del Ministero della salute già a fine febbraio, come aveva proposto all’Asl la prima settimana di marzo il ‘Manifesto per la sanità locale’ (un pool di comitati con un staff operativo formato da molti operatori sanitari ed ex) per poi insistere anche con Prefetto e sindaci qualche settimana dopo. Niente. I malati sospetti sono finiti nei reparti più diversi, forse a seconda della disponibilità di letti al momento, magari trasferiti in piena notte in reparti ufficialmente non-Covid e neppure preparati a diventarlo, quelli non sospetti si sono ritrovati nei reparti teoricamente “puliti” per scoprirsi poi contagiati. Ma sono “storie”, quelle che hanno raccontato operatori e malati. E poi ci sono i numeri che sembrano proprio non tornare. Soprattutto non sembrano in grado di spiegare perché quell’ospedale-Covid non si sia organizzato.

I dati ufficiali ieri parlavano di 110 ricoverati negli ospedali spezzini, di cui 16 in terapia intensiva: solo il San Bartolomeo di Sarzana ha circa 200 posti letto e un paio di potenziali reparti vuoti, al Sant’Andrea della Spezia sono circa 290. Ma forse la matematica, ancora più delle storie, è un’opinione.
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