Cristina D’Avena
Cristina D’Avena

Firenze, 25 settembre 2021 - «Il mio senso della villeggiatura? E’ sempre coinciso con una parola: famiglia, col suo calore e l’intimità degli affetti. Aspettavo che finisse la scuola perchè sapevo che finalmente sarei stata insieme anche a mio padre Alfredo che faceva il medico e lo vedevo meno rispetto alla mamma, Ornella. Sono stata figlia unica per dieci anni, poi è nata mia sorella Clarissa: ancora oggi siamo più unite che mai noi tre: ma mio padre ci ha lasciate purtroppo".

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Cristina D’Avena e la villeggiatura di colei che ha dato una svolta alle parole: sigle televisive dei cartoni animati. La sua carriera di cantante è iniziata che aveva tre anni all’Antoniano di Bologna diretta da Mariele Ventre. E ancora oggi non solo tutti conoscono a memoria il suo "Valzer del moscerino", ma è saldamente una vera e propria diva, seguita da quei bambini che furono quasi con un sentimento forte e primitivo.

La sua villeggiatura Cristina?
"Appena finivano le scuole andavo dai nonni al mare nelle Marche, tra Numana e Senigallia. Loro mi lasciavano giocare con gli amichetti che ritrovavo ogni anno. Di quelle estati lì ricordo il divertimento che era tanto, e quanto ridevamo. Ma anche i viaggi per arrivare che mi sembrava non finissero mai. Crescendo preferivo Rimini e Riccione che erano mete ambitissime. Ma era il mese d’agosto che aspettavo: perchè mio padre chiudeva l’ambulatorio e poteva stare con noi".
 

C’era qualcosa di speciale nell’aria di quelle estati?
"La sola idea del mare mi rappacificava col mondo: l’ho sempre preferito alla montagna e appena finite le scuole facevo subito
programmi".
 


Del tipo?
"Con gli altri bambini appena ci si ritrovava organizzavamo per stare insieme giocare e condividere tutto il possibile. E questo è durato fino al liceo: il bello per me era partire con i miei familiari e mai avrei riunciato a stare con loro".
 

I giochi di baby Cristina?
"Non vedevo l’ora di sbarcare sulla spiaggia per fare i castelli di sabbia, ma soprattutto adoravo fare le buche. Ne facevo di enormi, gigantesche, mi ci infilavo dentro e scavavo quasi fino a trovare l’acqua: erano la mia passione. Segnavo percorsi che salivano e scendevano, perchè queste buche diventavano grandi piste per fare super gare con le bilie di vetro. Il mio percorso andava a invadere molta parte della spiaggia".
 

Un’escavatrice vivente.
"Quasi. Gli altri villeggianti mi vedevano e forse tremavano: arrivavo con le codine da bambina angelica, ma armata di secchiello e molte palette, mi divertivo tantissimo anche con le formine. A casa mia da qualche parte ci sono ancora, ne sono sono sicura"
 

Una Cristina D’Avena senza bambole?
"Come no? Avevo la mia adorata Patatina e poi CiccioBello: chi se li dimentica? Così come il Dolce Forno con cui ho avuto un momento stupendo della mia vita quando ho cucinato i miei primi biscottini da offrire a tutti. Al mare portavo la Barbie della quale avevo tutto il guardaroba e perfino la roulotte".
 

Che bambina è stata Cristina?
"Sempre calma, buona e obbediente: anche ora sono una persona tranquilla e credo grazie alla bellissima infanzia che mi hanno regalato i miei genitori che mi hanno dato un amore, diciamo, giusto. Sapessi quanto li facevo sorridere".
 

Perchè?
"Sapevano che la mia passione era giocare alle commesse del supermercato nel cortile. Avevo una finta calcolatrice che punzecchiavo con le dita e usavo i soldini del Monopoli. Passavo i prodotti veri ritagliati dalle pagine di offerte speciali dei supermercati che arrivavano a casa e trovavamo nella cassetta della posta. Con le altre bambine ritagliavamo le etichette e facevamo finta di vendere davvero".
 

La merenda preferita?
"La girella o il pane e cioccolata di cui tutt’ora vado matta".
 

Quando ha capito che avrebbe cantato?
"In realtà non c’è stato un attimo della mia vita che non l’abbia capito. Ho sempre cantato e già a due anni delle suorine che conoscevano la mia mamma, le dissero di portarmi all’Antoniano di Bologna perchè ero molto intonata. Lì facevano delle selezioni e io fui presa subito. Ricordo la signorina Mariele come una cara persona da cui ho imparato tanto".
 

Dopo lo Zecchino d’Oro i bambini la riconoscevano?
"A dir la verità, no. Ma quei bambini mi hanno riconosciuta anni dopo quando ho iniziato a cantare le sigle dei cartoni animati. Con la canzone dei Puffi è stata un’apoteosi. E allora tutti si sono ricordati che ero la bambina del Valzer del moscerino".
 

Non pensa che la libertà di essere sempre un po’ piccoli sia da tutelare?
"Certo che lo penso e lo credo fermamente. Sono stata una bambina sognatrice e anche oggi sogno perchè i sogni alimentano la parte più bella di noi finche siamo di questa terra".
 

Quanto le manca il suo essere bambina che fa?
"Mi rivesto con fantasie di piccoli fiori o di margherite come facevo durante quelle estati, poi esco di casa. E vado a prendermi un ghiacciolo al limone o all’amarena di quelli che compravano i nonni sulla spiaggia. Forse mi sento in diritto di essere serena in eterno, come premio per una vita votata alla canzone e alle cose belle e positive della vita. I ricordi sono la libertà della bambina che sono stata. Assieme alla benefica costante del senso dell’umorismo".