Da Ortone
Da Ortone

Firenze, 30 aprile 2021 - E come d’incanto, un semplice pranzo in trattoria diventa una festa. Un’esplosione di emozioni, felicità, socialità. Succede, in questi tempi così sospesi tra gioia e ansia, ripartenze e frenate di strana suggestione o sensazione di pericolo. Ma con tanta voglia di vedersi, stare insieme. Socializzare, la parola è brutta, cacofonica (e peggio che mai però il “distanziamento sociale”…), quasi scostante: ma il concetto è bello, lineare, solare.

E’ successo a me, oggi. Non tornavo a pranzo fuori da una leggendaria giornata di ottobre, zona Ginestra-Montespertoli. Ristoranti e trattorie riaperti da qualche giorno, ma poca voglia di azzardare, magari a frenare ci si mette anche qualche casino d’altro genere. Ma arrivava Guido, da Torino, non ci vedevamo da cinque anni, “che dici se mangiamo almeno un boccone insieme?”, oltretutto il cibo è stato il “galeotto” che ci ha fatto incontrare, entrambi in Accademia della Cucina, entrambi vicedelegati. Occasione da cogliere al volo, anche per la voglia di cambiarsi, togliersi da dosso le solite tute, uscire, vedere mondo. Imbarazzo della scelta, tra tanti amici ristoratori ancora chiusi, tanti posti-incognita, qualche novità non poi così allettante… Ci incrociamo in Sant’Ambrogio, davanti alla chiesa, la scelta era caduta – posso dirlo? Ma sì, dai, senza citare la scena il racconto avrebbe meno verità da un lato e magia dall’altro – sull’Ortone in piazza Ghiberti. Che non conoscevo, malgrado la spocchia da esperto (vent’anni di recensioni per le guide…), e nonostante che sia lì ormai da sei anni.

Un caffè, due chiacchiere e due passi – compreso un passaggio dove ti porta il cuore, davanti alla vetratona d’ingresso de La Nazione, con tanto di saluto ai ragazzi dietro i vetri – e si fa l’ora di pranzo. Ci sediamo, siamo pochi. Anzi, forse soli. Ma poi il dehors-saletta piano piano si riempie, prima due, poi quattro, poi altri due, poi altri ancora più là, e perfino i tavolini sul marciapiede. Ordinazioni, subito bel feeling con il personale e con Federico, il titolare (complimenti per la carta dei vini, del resto è un figlio d’arte…), arrivano i piatti, assaggi, commenti, scelta di due vini al bicchiere, un bianco e un rosso, assaggi, commenti… e d’un tratto ci si scopre in compagnia. Si parla di Torino, la città di Guido: Anna e Franco, ex bancari con cui scopriamo amicizia comuni, dal tavolo accanto sparano subito “gran bella città”, mi scappa “ma lui è juventino”, e giù un diluvio di voci e vociate, e Batistuta e Platini, e Bettega e Baggio, e meglio secondi che ladri e gli scudetti rubati, anche se lui sa a memoria tutto di Amici Miei.

I quattro ragazzi del tavolo di là partono all’attacco e si accende una minirissa molto sul simpatico, lazzi e battute e sfottò, non si degenera. Tra l’altro anche con loro (c’è un fotografo e un noto barman e uno storyteller, a quel tavolo) si scoprono conoscenze comuni, le voci ormai si ammucchiano e dal tavolo alle mie spalle si leva un’altra voce, “vedi che bello, la voglia di riscoprire il piacere di stare insieme”: parla Lena, una bella giovane Russa che sta al tavolo con Alessandro, lui è di Treviso e perfino con lui scopro amicizie comuni in Veneto. Mondo piccino, avrebbe scritto Guareschi, la conversazione è avviata, si mangiano cantuccini con un ottimo vinsanto poi arriva la grappa, si parla di città e viaggi, di libri perché tornando a Torino e alla storia a me viene in mente “Il rumore del mondo di Benedetta Cibrario”, perfino da un tavolo sul marciapiede un ragazzo, Francesco, ascolta e ci parla e ci fa domande… Alla fine ci si scambiano biglietti e numeri, promesse di risentirci e rivederci, Alessandro mi pretende a Treviso perché lo stuzzico sul prosecco che a me non piace ma l’appuntamento è a settembre per la Prosecco Cycling…

Sono le quattro, Federico e la Tracy dal banco ridono, con noi di noi per noi non importa, forse vorrebbero anche fermarsi un secondo ma noi restiamo lì immersi in questa atmosfera magica di compagnia, tutti distanziati, con le mascherine quando è necessario. E chi l’ha detto che i tavoli dei ristoranti sono un pericolo? Beh, forse sì: perché istigano alla gioia. Alla riscoperta degli altri, senza maschera sul cuore.