"Pentiti", l’ultima fatica di Tescaroli: "Legge anche per i clan stranieri"

A capo dell’Antimafia di Firenze e ora nominato procuratore a Prato, il magistrato analizza successi e limiti dell’attuale normativa sui collaboratori: "Sono uno strumento essenziale per le indagini" .

"Pentiti", l’ultima fatica di Tescaroli: "Legge anche per i clan stranieri"

"Pentiti", l’ultima fatica di Tescaroli: "Legge anche per i clan stranieri"

"Dalle stragi del ’93-’94 all’inferno di Capaci, senza i collaboratori di giustizia saremmo all’anno zero ma ormai le collaborazioni qualitativamente importanti si sono rarefatte: serve una legislazione in grado di rendere più vantaggiosa la scelta e aiutare concretamente l’attività della magistratura". Nei giorni in cui l’Antimafia si interroga sulla decisione degli irriducibili, l’ex boss dei casalesi Francesco Schiavone, di collaborare con la magistratura, il procuratore aggiunto di Firenze, Luca Tescaroli (ora nominato procuratore a Prato), a capo dell’indagine sui possibili mandanti delle bombe in continente, presenta la sua ultima fatica letteraria, ’Pentiti’, a Palazzo Strozzi Sacrati con il presidente della Regione, Eugenio Giani e il professor Roberto Bartoli. Un libro in cui si ricostruisce la storia criminale del Paese: dall’introduzione della legge sul pentitismo agli attuali limiti.

Perché questo libro?

"Questo libro nasce dall’esigenza di porre l’attenzione collettiva sul problema della regolamentazione legislativa in materia, a fronte delle emergenze delinquenziali degli ultimi tempi".

Quali?

"Stiamo assistendo ad un intensificarsi di azioni di gruppi criminali cinesi e albanesi anche in Toscana, un network che sta diventando sempre più pericoloso, oltre alle tradizionali mafie, ma l’attuale normativa non prevede il programma di protezione per chi non è cittadino italiano. E’ prevista solo una norma per l’applicazione di misure provvisorie (consente il rilascio di un permesso di soggiorno, ndr) senza aver accesso al programma per i collaboratori, come il cambio di identità e le misure di assistenza e di protezione. Tutto ciò complica".

E per le mafie tradizionali? La norma sull’ergastolo ostativo ha complicato le cose…

"A seguito della pronuncia della Corte costituzionale e della Corte europea si è ridotto il gap differenziale tra gli irriducibili e i collaboratori, posto che anche i primi possono accedere ai benefici di legge. È venuto meno l’appeal a collaborare".

Serve un cambio di marcia…

"Bisognerebbe ragionare sulla prospettiva di rendere più conveniente la collaborazione, dalla riduzione del termine minimo che attualmente è di 10 anni per poter ottenere la libertà, o benefici penitenziari più ampi, all’incremento dei vantaggi economici: attualmente chi decide di fuoriuscire dall’organizzazione percepisce circa 2mila euro al mese, ma i boss avevano accesso a notevoli patrimoni".

Lei segnala che è difficile il reinserimento lavorativo…

"C’è un ostacolo. Con il cambiamento di generalità vengono trasferiti anche tutti i precedenti penali e quelli di polizia, resta insomma il curriculum criminale: chi assumerebbe uno stragista? Ovviamente nessuno. Alcuni hanno dovuto rinunciare al lavoro. Ma si tratta di un regolamento che potrebbe essere rivisto".

I pentiti hanno segnato la guerra alla mafia, sono stati veramente così importanti?

"Direi decisivi: dalla strage di Capaci agli attentati del ’93 e del ’94, ma anche la cattura di latitanti e l’individuazione di armi non sarebbero stati possibili. Ai collaboratori di giustizia si devono i successi dell’ultimo trentennio ma anche nella stagione del terrorismo politico. Poter contare sull’apporto informativo di chi è stato all’interno di una struttura fornisce uno strumento di straordinaria importanza. Senza i pentiti non avremmo individuato il più grande deposito di esplosivi della mafia, in Contrada Giambascio a San Giuseppe Jato, senza di loro non sarebbero stati pronunciati i 37 ergastoli dell’attentato al giudice Falcone o le condanne per le bombe in continente. E’ il nostro passato che ci consente di capirne l’importanza".

Erika Pontini

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