Don Francesco Vermigli La nostra vita è fatta di appartenenze. Un ragazzo appartiene ad un gruppo di amici. Un figlio appartiene ai genitori, perché è parte della loro vita. Due innamorati appartengono l’uno all’altra e si dicono "io ti appartengo". Perché ognuno di noi appartiene a qualcuno: solo io...

Don Francesco

Vermigli

La nostra vita è fatta

di appartenenze.

Un ragazzo appartiene ad un gruppo

di amici. Un figlio appartiene

ai genitori, perché è parte

della loro vita. Due innamorati appartengono l’uno all’altra

e si dicono "io ti appartengo". Perché ognuno di noi appartiene a qualcuno: solo io appartengo a quella persona; solo quella persona mi appartiene. Anche Gesù ci dice (Matteo 22,15-21) qualcosa sulla nostra appartenenza. A chi appartiene l’uomo in quanto tale? Lo rivela Gesù, quando pronunzia le celebri parole: "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio".

Alcuni si erano rivolti a Gesù per metterlo alla prova:

è lecito pagare il tributo

al potere romano? Gesù si fa dare la moneta romana e risponde con queste parole. Nella storia recente la risposta di Gesù è stata interpretata come un manifesto della laicità dello Stato; e l’uomo di Nazareth è diventato una specie di Cavour di duemila anni fa. Ma queste parole dicono altro. Parlano di noi, non dei rapporti tra la religione e la società. Dicono che il potere politico potrà anche tentare di controllare l’uomo, ma la sua vita più profonda

è di Qualcun altro; perché l’uomo appartiene a Qualcun altro. Che si sia credenti o che non lo si sia, queste parole di Gesù sono confortanti.

Perché dicono che nessuna autorità politica, nessuna organizzazione umana, nessuna fazione o potere potrà mai avere il diritto di dominare l’uomo. Ad un potere politico

si potrà pure dare la moneta del tributo, ma solo a Dio appartiene il cuore dell’uomo.