Difficile dare una definizione alla virtù. Oggi potremmo definirla come la capacità di continuare a vivere nonostante le difficoltà che ci pone l’esistenza, la abilità di non lascarsi andare quando ci sarebbero tutte le condizioni che ciò accadesse. La vera virtù sta nell’equilibrio e nella armonia dell’anima, quella che ci fa rispettare gli altri quando non ci sentiamo rispettati, a essere temperanti quando siamo immersi nella intemperanza. Certo che non possiamo sapere quanto siamo forti fino a che essere forti è l’unica scelta che abbiamo. Infatti talvolta non manca la energia, ma la consapevolezza di poter essere virtuosi. La virtù di resistere, la capacità di non mollare è quella dei poveri che riescono a compensare l’ingiusta mancanza di diritti e di rispetto sperando che cambi qualcosa, è l’intelligenza di accettare una sventura, una malattia grave, un fallimento, una morte o la riconciliazione con quell’ultima tappa della vita quando sentiamo che è giunta la nostra ora.
Mantenere la dignità in questi momenti di debolezza dipende decisamente da quanta esperienza abbiamo saputo accumulare durante l’intera esistenza. Si riesce a resistere a lungo in condizioni di grande difficoltà se non si è soli. La forza morale, infatti, ha bisogno di essere costantemente alimentata perché se è vero che la si impara praticandola, è ancora più vero che essendo una virtù di durata, è particolarmente soggetta al rischio di esaurimento. Essere sicuri e determinati moralmente e spiritualmente è indispensabile per conservare la gioia e la letizia del vivere in condizioni di perduranti difficoltà e di gravi malattie. Esistono persone capaci di dolcezza vera in condizioni di oggettive difficoltà. Queste piacevoli emozioni che si provano quando si è sereni sono da considerare un bene comune che arricchisce tutti coloro che ne sono contagiati.