LUCA SCARLINI
Cronaca

Contro i mulini a vento. Lo zio melomane in laguna e la mia formazione musicale. Debussy, Shoenberg e Stravinskij

Il compositore il 24 giugno 1966 scrisse per il nostro giornale il riassunto dell sue esperienze in giro per l’Europa. La sfida alle forme canoniche è la cifra dell’interpretazione musicale .

Contro i mulini a vento. Lo zio melomane in laguna e la mia formazione musicale. Debussy, Shoenberg e Stravinskij

Contro i mulini a vento. Lo zio melomane in laguna e la mia formazione musicale. Debussy, Shoenberg e Stravinskij

Mentre, senza rendermi conto della realtà, frequentavo una scuola musicale che nulla poteva

apprendermi e vivevo in mezzo a una famiglia per la quale musica e melodramma erano sinonimi, senza ribellarmi, continuando a muovermi con ostentata Indifferenza, mI ritrovai in " una selva oscura". Uno zio, palchettista alla Fenice, raccontava di una famosa rappresentazione wagnerIana,

da lui classificata matematica espressione cervellotica, e quantunque lo non accettassi la discussione, insisteva col racconto delle sue Impressioni forse per salvarmi dalla perdizione.

Al teatro La Fenice (circa nel 1901) si rappresentavano gli a me ancora sconosciuti "Maestri cantori" e in contrasto con le escandescenze del "sior barba" scopersi che un povero fotografo, mio dirimpettaio, canticchiava il Preislied che mI trascinò a teatro e fu per me la rivelazione!

L’umile fotografo sconfisse il coltissimo mio parente che attraverso preconcetti culturali distruggeva le vie di comunicazione con lo spirito. Dopo Il capolavoro wagneriano squisitamente tedesco, pur non essendo teutonico come la Tetralogia, volli conoscere tutte le opere di colui che morì a Venezia forse per essermi un po’ concittadino; però non subii la sua influenza musicale: mi rivelò soltanto che il teatro musicale poteva costruirsi in un modo differente da quello che allora dominava in Italia. Nonostante questa importante scoperta, il primo periodo della mia educazione musicale corrisponde a quello di certi

giovani che crescono con alle coste il precettore, ed escono puntualmente di casa per respirare un po’ d’aria fresca come I prigionieri nelle ore stabilite per la passeggiata, nel cortile delle carceri.

Ricordo la ridicola indignazione sollevata nel veneziani dal Till Eulenspiegel di Richard Strauss. Però quest’opera sinfonica rappresentò una specie di avvertimento: pure un epigono wagneriano come lo Strauss invitava a spezzare le catene.

Difatti incominciarono i miei fallitissimi esperimenti che per quanto mi facessero sacrificare carta e inchiostro, mi condussero verso la mèta. Qual era la mèta? Le evoluzioni musicali, nonostante la loro logica, erano sempre un labirinto dal quale però si poteva uscire da diverse porte: guai sbagliare uscendo non da quella predestinata. Il primo contatto con Debussy (a Berlino con l’Après midi d’un faune", 1909) fu quasi atteso come una illuminazione verso l’avvenire, mentre l’opera di Arnold Schoenberg, ascoltata a Parigi nel 1913, in un concerto della Società per la musica contemporanea, mi turbò forse perchè gli urli e i fischi del pubblico mi indisposero più della musica schoenberghiana. La gazzarra con la quale, nello stesso 1913, venne accolto "Il Sacre du printemps" di Igor Strawinski non mi impedì invece di comprendere la grande rivelazione, che ancora oggi ammonisce i traviati, a partire dallo stesso barbaro autore. So che nè Strauss nè Debussy mi influenzarono togliendomi l’uso della favella; invece l’opera 11 di Schoenberg, per quanto fosse una evidente reazione contro Il wagneri- Nacht) mi respinse.

Mi rincresce di non ripudiare quello che scrissi nel 1920 circa l’evidente variazione armonica di untema mendelsohniano, appunto dell’opera 11. Avevo definitivamente occupato il posto a cui aspiravo, grazie tre opere mie, una sinfonica: Pause del silenzio (1917), una per teatro: Sette canzoni e una da camera: Rispetti e strambotti (1920), quando ascoltai il Pierrot lunaire di Schoenberg che mi impressionò senza sollevare dentro di me la minima obiezione. Lo accolsi fra le opere che riascolto volentieri e il caso del Pierrot lunaire è singolare perchè le opere schoenberghiane, di questo secondo dopoguerra, sono molto più addomesticate dell’opera 21 che è del 1912. Il sintomo è oltremodo interessante perchè, mentre il caposcuola si placava, la maggior parte degli adepti aumentava le dosi, ed uscivano dal mare in burrasca, come apparizioni fuori dal tempo, Luigi

Dallapiccola e, con un ben diverso curriculum vitae, Goffredo Petrassi. Fra i vari cavalieri che han preso d’assalto I molini a vento, Luigi Nono è ormai trincerato In prima linea Boulez e lo Stockhausen.