Barli è sceso dal Battistero dopo alcune ore
Barli è sceso dal Battistero dopo alcune ore

Pistoia, 10 settembre 2014 -  LE PARETI COLORATE con il cielo azzurro e le nuvolette e, sugli scaffali, ancora qualche pupazzo. Non è la cameretta dei bambini, ma la stanza che fa da ingresso cucina e soggiorno, tutto insieme, e tutto sistemato per loro, per quei figli tanto desiderati, che da cinque mesi vivono «esiliati», in un istituto di suore di Firenze, su disposizione del Tribunale dei Minori.
In quell’appartamento, 50 metri quadrati, al quarto piano della palazzina popolare di via D’Aragona, un babbo e una mamma, Stefano Barli, 56 anni e sua moglie Catiuscia, aspettano il ritorno dei loro piccoli. Tutto è stato messo perfettamente in ordine ed è pulito. La dispensa è piena di ogni cosa. Quella casa è la loro vita, quel che resta della loro famiglia. Ancora per poco. Due mesi di tempo per raccogliere le loro cose, fare le valige e andare via. 

Da ieri mattina il Comune di Pistoia ha concesso loro una proroga dello sfratto, che scadrà il 10 novembre, termine ultimo. A comunicarglielo si sono presentate due assistenti sociali e la dirigente dei servizi sociali Chiara Perotti, accompagnate dal comandante della polizia municipale Annalisa Giunti. La colpa? I Barli sono rimasti indietro col pagamento dei bollettini dell’affitto, sono morosi, lo sono da tempo. Non importa che avessero un piano di rientro del piccolo debito accumulato (2.700 euro) firmato, nel 2012 dai dirigenti della Spes (la Società pistoiese edilizia sociale). Non importa che Stefano abbia bussato con costanza quasi quotidiana, in questi due anni, alle porte del Comune, e a quelle dei servizi sociali, che abbia parlato con l’assessore competente e con i dirigenti, per dichiarare il suo stato di nullatenente, e che tutti in città ormai conoscano la sua storia. Lui è colpevole. 

Perché non ha presentato la dichiarazione Isee (l’indicatore della situazione economica equivalente) a suo tempo, due anni fa. Un errore macroscopico, clamoroso, che lo ha fatto uscire dalle graduatorie degli aventi diritto ad una casa popolare (almeno per 5 anni). Un errore che sarebbe stato facile risolvere, anche perché la famiglia Barli è seguita dagli assistenti sociali dal 2007. E così il debito si è ingrossato: quasi 10mila euro. «Tutte le volte, in Comune mi dicevano che avrebbero sistemato le cose — spiega Barli — ma a me continuavano ad arrivare bollettini di 450 euro di affitto, insostenibili per la mia famiglia, insieme a quello da 72 euro che era il piccolo piano di rientro, concordato con la Spes. Bollettini che io ho pagato per un po’, poi mi sono sentito preso in giro e non ho saputo più come fare». Un garbuglio burocratico ma semplice da spiegare: senza la dichiarazione Isee, alla famiglia Barli è stato applicato automaticamente il canone di affitto relativo alla fascia di reddito più alta di quelle previste per le case popolari. Soprattutto, un garbuglio che sarebbe stato facile risolvere in una piccola città come questa, dove ancora a un nome e a un codice corrispondono dei volti e delle storie. Passano i mesi. A maggio del 2013 viene comunicato ufficialmente l’ordine di sfratto e a giugno muore la mamma di Stefano, e la famiglia si ritrova anche senza la preziosa pensione della nonna.

I BOLLETTINI si accumulano e passa un altro anno. Il 3 aprile scorso il Tribunale dei Minori allontana i bambini di 4 e 6 anni dalla famiglia, in attesa di verificare «lo stato di abbandono materiale e morale dei minori». Nessun abuso, nessuna molestia, ma le relazioni dei servizi sociali, sebbene datate (sono del 2012), sono durissime. La casa un tempo è stata trovata piena di gatti, anche se ora ce ne sono rimasti solo due. Ai Barli, sempre secondo le relazioni dei servizi sociali, mancherebbe la capacità genitoriale: in pratica, sono troppo indulgenti, non danno regole ai figli e per questo vanno seguiti da uno psicologo. E loro ci vanno, seguono un percorso e continuano a vedere i bambini a Firenze, dalle suore. Poi, la mazzata finale. L’ingiunzione di sfratto, il 12 agosto scorso.
«Il Comune ci ha concesso una proroga — spiega Catiuscia — Ci hanno offerto una casa degli Istituti Raggruppati a Capostrada. Ma costa troppo: 350 euro dove li troviamo? E poi ci sarebbero le utenze. Mio marito raccoglie i frutti di bosco, viviamo con 500 euro al mese, quando va bene. In Comune mi hanno detto di fare domanda per un lavoro socialmente utile, ma di scritto non c’è niente, sempre e solo parole. Non sappiamo più a chi credere». 

di MARTINA VACCA