Attilio Bertolucci, Paolo Lagazzi e Paolo Bertolani
Attilio Bertolucci, Paolo Lagazzi e Paolo Bertolani

La Spezia,18 dicembre 2020 – Per effetto della pandemia, i nostri sono i tempi della fragilità del cuore, nel senso fisico e al tempo stesso di quella regione dell'anima in cui tutto è scandagliato. Come leggerli? Partiamo dai versi tratti da una lettera scritta, probabilmente in ospedale, dal poeta Paolo Bertolani (1931-2007), nella prima metà degli anni Novanta, a Paolo Lagazzi, critico letterario, mago per divertimento ma non dilettante e scrittore: “Sulla pendola fragile del cuore/ come diventano presto ore/ i minuti vicini a tanto male/ (e così lontani dal mare)/ dove tu sei a farmi compagnia,/ Paolo anche più amico adesso/ che - a cose fatte - mentre riprendo la via di casa,/ a voce bassa, mesto...”. Anche questo testo di Bertolani aiuta a cogliere il senso di quello che sta accadendo nell'emergenza sanitaria, mentre preme la voglia di chiudere gli occhi e non vedere, al massimo sfiorare con un sorriso di compassione le pareti degli ospedali e, ancora di più, delle residenze sanitarie assistite, senza possibilità di compagnia. Ci vuole uno sguardo attento, che si lascia ferire. E questo sguardo troviamo anche in Bertolani, la cui opera poetica e narrativa si sviluppa dal 1960 al 2007. Lagazzi (nato a Parma nel 1949, vive da tempo a Milano) gli ha dedicato un volume edito da Carta Canta, intitolato 'Quella ricchezza detta povertà', con prefazione di Davide Rondoni, con il quale un critico di spessore come lui (curatore tra l'altro dei meridiani di Attilio Bertolucci, Maria Luisa Spaziani e Pietro Citati e di saggi fondamentali sulla poesia giapponese) cerca di ricostruire i sentieri percorsi dall'autore della provincia spezzina (era nato a La Serra), di professione vigile urbano, giurato nel Premio Lerici Pea, voce riuscita della poesia dialettale ma non solo.
Il libro di Lagazzi si compone di due sezioni, la prima delle quali raccoglie articoli e interventi critici in ordine cronologico su Bertolani (con un posto speciale per il saggio 'Ritrovare il proprio mondo'), mentre la seconda contiene un carteggio fatto di lettere, biglietti, cartoline in versi che rendono ragione della cifra interiore con cui Lagazzi scandaglia l'opera letteraria, che è prioritariamente quella dell'amicizia e del contatto diretto con l'autore.
C'è mestiere dietro tutto questo, la sapienza che presiede all'indagine e alla ricostruzione, ma c'è anche molto di più e questo rende Lagazzi un critico letterario dal profilo originale. Ma torniamo all'opera di Bertolani che, nota Lagazzi, è poeta e narratore testimone della “rarefazione”, di quel passaggio epocale nella penisola per cui la provincia si svuota mentre crescono le città, fenomeno che su scala globale ha raggiunto l'acme nel 2007, da quando cioè più della metà della popolazione mondiale vive nelle città (ma c'è chi sostiene che il trend è del 70 per cento entro il 2030). Una brava poetessa, Maria Pina Ciancio, che da pochi anni si è trasferita dalla Basilicata a Roma, ha osservato in 'Storie minime' che nei paesi “ci siamo dimezzati”. Eppure da questo punto di povertà, punto “perdente”, può essere rigenerata una comprensione (“il chiarore”) del mondo, del valore dei legami, della delicatezza della vita e delle sue espressioni (con un'accentuazione in chiave ecologica in Bertolani) e, certamente, anche delle sue miserie.
In uno dei passaggi critici più intensi del libro, Lagazzi declina questa così questa comprensione delle cose: “La voce di Bertolani insiste a bruciare fino a liberare faville di intensissima pietà. 'Poveri tutti quelli che vivono': poveri gli uomini e i bambini, poveri gli animali... Non c'è che povertà - anche in essa sta tutta la nostra ricchezza. Forse la sola salvezza pensabile starebbe situarsi 'in bilico su tutto'. Forse bisognerebbe riuscire a osservare la vita sempre da lontano, abitandola in sospensione, nello spazio puro di un'attesa, come quando all'alba, contempliamo la luce nascente, piccola onda che sfiora, senza turbarle, 'le sponde/ dell'orto e della casa'”.
Talvolta i versi di Bertolani hanno l'intensità dei 'tanka' giapponesi (cinque versi in misure sillabiche di 5, 7, 5, 7,7), padri dell'haiku (con solo i primi tre versi), laddove l'autore ligure indugia invece sul settenario. Attraverso i tanka, sottolinea Lagazzi, gli amici si scambiavano nel medioevo nipponico i pensieri più intimi, e tuttavia il testo aveva e ha un carattere universale. Ed è l'impronta che anche Bertolani riesce a dare ai suoi versi, grazie ai quali “si viaggia nel cuore”.
Non è dunque paradossale il legame tra questo libro, ma per certi versi, tra tutte le “indagini” curate da Lagazzi con l'altro cuore della sua ricerca: la cultura giapponese, sul cui approfondimento ebbe un'influenza non secondaria per Lagazzi la lezione di padre Mario Riccò (1927-2004).
Lo scandaglio gettato da Lagazzi si è ora sedimentato nel volume 'Come libellule fra il vento e la quiete', edito da 'La vita felice', che raccogliere saggi, osservazioni, articoli, su quella “fluttuazione” tra Giappone e Occidente che ha un punto di fuga preciso: l'incontro con la metodologia dello spirito Zen. Questo è stato per Lagazzi scuola di liberazione da idee rigide e contorte a cui approdano “i grimaldelli ermeneutici” della psicanalisi e dello strutturalismo a favore invece della semplicità e della chiarezza dell'invito dei maestri giapponesi a vedere le cose e a entrare in comunione con esse senza pretendere di capirle, abbracciando piuttosto l'umiltà, “il sacro spirito della polvere”. Parallelamente Lagazzi entrava in sintonia con la poesia e la persona di Attilio Bertolucci (1911-2000), la sua “reverie” (sognando ad occhi aperti) e, nel Sol Levante, con il poeta e matematico nipponico Kikuo Takano (1927-2006).
Nella poesia giapponese “la maestria stilistica è altrettanto radicata in un'altissima coscienza” e Lagazzi ne esplora i tratti con i quali più ha dialogato lungo gli anni, fino a cercare di cogliere attrazioni e differenze con quelli della cultura di provenienza, attraverso il suo romanzo 'Light Stone' (Passigli, 2014). Ma la somma dei respiri del mondo ne fa uno solo e il critico arriva a sentirne gli echi anche in grandi autori quali D'Annunzio, Pascoli, Ungaretti e l'amatissimo Bertolucci, come pure in altre espressioni culturali, come l'arte fotografica (Cartier-Bresson). “La somma di te/ ha il respiro del mondo/tralcio fragile”.
Michele Brancale